«— Diamole la tortura, bisognerà bene allora che confessi ove tiene nascosto il suo danaro. — Il vicino Wasilio per l’appunto era a Bastia, e sua moglie soltanto era rimasta in casa. Nessuno eccettuata lei, poteva vedere o sentire ciò che accadeva in casa mia. Due di loro tenevano ferma la povera Assunta, che non potendo credere alla possibilità di un simile eccesso, sorrideva a quelli che ne divenivano i carnefici, il terzo andò a barricare le porte e le finestre, indi ritornò, e tutti e tre riuniti, soffocando le grida che il terrore le strappava in faccia a questi preparativi che divenivano sempre più seri, avvicinarono i piedi di Assunta ad un braciere sul quale essi contavano per farle confessare dove era stato nascosto il piccolo tesoro; ma nella lotta il fuoco le si appiccò alle vesti: lasciarono allora la paziente per non essere bruciati anche essi. Fra le fiamme ella corse alla porta, ma era chiusa, si slanciò verso le finestre, ma erano barricate. Allora la vicina intese dei gridi orribili; era Assunta che chiamava soccorso. Ben presto la sua voce fu soffocata, e le grida divennero gemiti; la dimane, dopo una notte di terrore, e d’angoscia, quando la moglie di Wasilio si avventurò ad uscir di casa, e fare aprire la porta dal giudice, fu ritrovata la povera Assunta per metà bruciata, ma che respirava ancora; gli armadi sforzati, ed il piccolo tesoro sparito. Benedetto aveva lasciato Rogliano per non ritornarvi più, e da quel giorno non l’ho più nè veduto, nè ho inteso parlare di lui. Dopo queste triste notizie, venni da V. E. Io non poteva più parlarvi di Benedetto, perchè era sparito, nè di Assunta perchè era morta.
— E che avete pensato di ciò? domandò Monte-Cristo.
— Che questo era stato il castigo del delitto che io aveva commesso, rispose Bertuccio. Ah! questi Villefort, sono una razza maledetta!
— Lo credo anch’io, mormorò il conte con accento lugubre.
— Ed ora, n’è vero, riprese Bertuccio, V. E. comprenderà, che questa casa che d’allora non avevo più veduta, che questo giardino ove mi sono ritrovato d’improvviso, che questo luogo ove ho ammazzato un uomo, devono avermi procurato triste commozioni, delle quali avete voluto conoscere l’origine; poi perchè in fine non sono sicuro che davanti a me, là, ai miei piedi, Villefort non sia stato sepolto nella fossa ch’egli aveva scavata per suo figlio.
— Infatto tutto è possibile, disse Monte-Cristo levandosi dal banco su cui era assiso; ed anche, soggiunse a bassa voce, che il procuratore del re non sia morto. L’abate Busoni ha fatto bene ad indirizzarvi a me. E voi parimente avete fatto bene a raccontarmi la vostra storia, perchè non avrò più cattivi pensieri a vostro riguardo. In quanto a codesto mal chiamato Benedetto, non avete mai cercato di sapere ciò che ne sia avvenuto?
— Giammai. S’io avessi saputo ov’egli era, invece d’andare a lui, sarei fuggito come davanti ad un mostro. No, fortunatamente, non ne ho inteso mai parlare da chicchesia al mondo; e spero che sia morto.
— Non lo sperate, Bertuccio, disse il conte; i cattivi non muoiono così, poichè sembra che Dio li prenda sotto la sua custodia per farne gli strumenti della sua giustizia.
— Sia, disse Bertuccio. Tutto ciò però che io domando al cielo si è che non lo abbia mai a rivedere. Ora, continuò l’intendente abbassando la testa, voi sapete tutto, sig. conte, siete il mio giudice quaggiù, non vorrete dirmi qualche parola di consolazione?
— In fatto avete ragione, ed io posso dirvi ciò che vi direbbe l’abate Busoni. Quegli che avete colpito, meritava un castigo per ciò che aveva fatto a voi e fors’anche a qualcun altro. Benedetto, s’egli vive, servirà a qualche giustizia divina, poi a sua volta sarà anch’esso punito. In quanto a voi, non avete che un rimprovero a farvi: chiedetevi perchè, avendo salvato questo fanciullo dalla morte non lo avete reso a sua madre; là sta il delitto, Bertuccio.