— Oh! niente affatto, disse il conte con una freddezza di marmo. Alì ha molti difetti mescolati alle sue qualità; non vi modellate dunque su di lui, perchè egli è un’eccezione; egli non ha stipendio, non è un domestico, è uno schiavo, è il mio cane; se non facesse il suo dovere, non lo caccerei, ma lo ammazzerei. — Battistino aprì due grandi occhi.

— Voi ne dubitate? disse Monte-Cristo. — E ripetè in arabo ad Alì le stesse parole che aveva dette in francese a Battistino. Alì ascoltò, sorrise, si avvicinò al padrone, mise un ginocchio a terra e gli baciò rispettosamente la mano.

Questo piccolo corollario alla lezione mise al colmo lo stupore di Battistino, cui il conte fece segno di ritirarsi, ed Alì lo seguì. Entrambi passarono nel suo gabinetto, e là si trattennero lungamente. Alle cinque il conte battè tre colpi sul campanello. Un colpo chiamava Alì, due colpi Battistino, tre colpi Bertuccio. L’intendente entrò.

— I miei cavalli! disse Monte-Cristo.

— Sono attaccati alla carrozza, eccellenza, rispose Bertuccio. Devo accompagnar V. E.?

— No, soltanto il cocchiere, Battistino, ed Alì.

Il conte discese e vide attaccati alla sua carrozza i cavalli che nella mattina aveva ammirati alla carrozza di Danglars.

Passando vicino ad essi vi gettò un’occhiata:

— Di fatto, sono belli, diss’egli, e voi avete fatto bene a comprarli, solo lo avete fatto un poco tardi.

— Ho durato molta fatica ad averli, e sono costati un po’ cari. — Non per questo i cavalli sono meno belli; disse il conte stringendosi nelle spalle.