Il procuratore del re entrò con quello stesso passo grave e misurato, con cui era solito andare al tribunale; era lo stesso uomo, che noi abbiamo veduto sostituto a Marsiglia. La natura, consentanea ai suoi principi, nulla aveva cambiato in costui nel corso che aveva dovuto seguire. Di snello egli era divenuto magro, di pallido giallo, gli occhi infossati erano cavi, gli occhiali legati in oro appoggiati sull’orbita, sembravano ora far parte del viso; eccettuata la cravatta bianca tutto il rimanente del suo vestire era completamente nero; e questo color funebre non era interrotto che dalla striscia della fettuccia rossa che si mostrava impercettibilmente dall’occhiello del suo abito, e che sembrava una linea di sangue tirata col pennello. Per quanto Monte-Cristo fosse padrone di sè, esaminò con una visibile curiosità, rendendogli il saluto, il magistrato che, diffidente per abitudine, e poco credulo soprattutto alle maraviglie sociali, era più disposto di vedere nel nobile straniero, chiamato Monte-Cristo, un cavaliere d’industria che tentasse un nuovo teatro, o un malfattore in istato di rottura di bando, di quello che un principe dello stato romano, od un sultano delle Mille ed una notte.
— Signore, disse Villefort, con quel tuono lamentevole che assumono i magistrati nei loro periodi oratori, e di cui non vogliono o non possono disfarsi nella conversazione; signore, il servigio segnalato che ieri avete reso a mia moglie ed a mio figlio mi fanno un dovere di ringraziarvi. Vengo dunque a compiere questo dovere, e ad esprimervi tutta la mia riconoscenza. — E nel pronunciare queste parole, l’occhio severo del magistrato nulla aveva perduto della sua abituale arroganza. Queste parole che aveva dette, le aveva articolate colla voce da procurator generale, con quella rigidità inflessibile di collo e di spalle, che faceva dire ai suoi adulatori, come noi lo ripetiamo, ch’egli era la statua vivente della legge.
— Signore, disse il conte a sua volta con una freddezza di gelo, io sono molto fortunato di aver potuto conservare un figlio a sua madre, perchè si dice che il sentimento di maternità sia il più possente com’è il più santo di tutti, e questa fortuna che mi sono procurata vi dispensava, signore, dal compiere un dovere di cui la esecuzione certamente m’onora, poichè so che il signor de Villefort non prodiga il favore che mi fa, ma che, per quanto ciò sia prezioso non ostante non vale per me la interna soddisfazione.
Villefort meravigliato di questa uscita cui non si aspettava, fremè come un soldato che sente il colpo che gli viene dato, ad onta dell’armatura di cui è coperto, ed una piega sdegnosa del suo labbro, indicò che da bel principio egli non riteneva il conte di Monte-Cristo per un gentiluomo bene educato. Girò gli occhi intorno a sè, come per riattaccare su qualche cosa la conversazione che era già caduta e che sembrava essersi infranta cadendo. Vide la carta che studiava Monte-Cristo quando egli entrò, e riprese:
— Vi occupate di geografia, signore? Questo è un ricco studio, per voi particolarmente, che, a quanto si assicura, avete già veduti tanti paesi quanti ne sono incisi su quella carta.
— Sì, signore, rispose il conte; io ho voluto fare sulla specie umana presa in massa ciò che voi fate ogni giorno sulle eccezioni, vale a dire uno studio fisiologico. Ho pensato che mi sarebbe più facile discendere dal tutto al particolare, che dal particolare salire al tutto. È un assioma algebrico che vuole che si proceda dal conosciuto allo sconosciuto e non dallo sconosciuto al conosciuto... Ma sedetevi dunque, io ve ne supplico. — E Monte-Cristo indicò colla mano al procuratore del Re una sedia, che questi dovette inoltrare da sè stesso, nel mentre ch’egli non ebbe che quella di lasciarsi ricadere sulla stessa, su cui era inginocchiato quando entrò il procuratore del Re; in questo modo il conte si ritrovò per metà voltato verso il suo visitatore avendo le spalle alla finestra ed il gomito appoggiato alla carta geografica che pel momento formava il soggetto della conversazione, la quale prendeva, come era accaduto da Morcerf e da Danglars, una piega del tutto analoga se non alla situazione, almeno al personaggio. — Ah! voi filosofate, riprese Villefort dopo un momento di silenzio, durante il quale, come un atleta che incontra un forte avversario, aveva riunite le sue forze. Ebbene! signore, parola d’onore, se come voi non avessi nulla da fare, cercherei un’occupazione men trista.
— È vero, signore, rispose Monte-Cristo, e l’uomo è un laido bruco se si osserva col microscopio solare; ma voi avete detto, che io non ho niente da fare. Vediamo, credereste per caso di aver voi qualche cosa da fare? o, per parlare più chiaramente, signore, credete che ciò che fate possa chiamarsi qualche cosa? — Lo stupore di Villefort raddoppiò a questo secondo colpo così brutalmente vibrato dal suo strano avversario; era gran tempo che il magistrato non si era sentito dire un paradosso di questa forza, o piuttosto, per parlare più rettamente, era la prima volta che lo sentiva.
Il procuratore del re si mise all’opera per rispondere.
— Signore, diss’egli, voi siete straniero, e, lo dite voi stesso, io credo, una parte della vostra vita l’avete passata nei paesi orientali; non sapete dunque come la giustizia umana, speditiva in quelle contrade, ha presso noi un andamento prudente e misurato?
— Sia, signore, sia, è il piede zoppo degli antichi. So tutto questo, perchè è particolarmente della giustizia di tutti i paesi che mi sono occupato, è la procedura criminale di tutte le nazioni che io ho paragonata colla giustizia naturale; e debbo dirlo, signore, è ancora la legge dei popoli primitivi, la legge del taglione che ho ritrovata la più conforme al bisogno e la più speditiva.