Nella sera, l’avventura d’Auteuil formava l’argomento di tutte le conversazioni; Alberto la raccontava a sua madre, Château-Renaud nel Jockey-Club, Debray nella sala del ministro, Beauchamp stesso fece al conte la galanteria d’inserire nel suo giornale, sotto la rubrica dei Fatti diversi, un racconto di venti lunghe linee, che situò il nobile straniero come un eroe presso tutte le donne dell’aristocrazia.
Molte persone andarono a farsi inscrivere nell’anticamera della sig.ª de Villefort, per avere poi il diritto di rinnovare la loro visita in tempo utile, e di sentire dalla bocca di lei tutti i particolari di questa pittoresca avventura.
In quanto al sig. de Villefort, come lo aveva scritto Luigia, indossò un abito nero, guanti bianchi, e salì nella sua carrozza, che si fermò alla porta n. 30 all’entrata dei Campi-Elisi.
XLVII. — IDEOLOGIA.
Se il conte di Monte-Cristo avesse vissuto da lungo tempo nella società parigina avrebbe apprezzato in tutto il suo valore la dimostrazione che gli faceva Villefort colla sua visita.
Ben veduto alla corte, tanto se regnava un re del ramo primogenito o del ramo cadetto, tanto se governava un ministro dottrinario, che liberale o conservatore; riputato abile da tutti, come si reputano generalmente abili tutte le persone che non hanno mai provati sinistri politici; odiato da molti ma caldamente protetto da certuni senza però essere amato da alcuno, il sig. de Villefort teneva un alto posto nella magistratura, e si teneva a questa altezza come un Harlay, o come un Molè. Il suo salone, rimodernato da una giovane sposa e da una figlia di primo letto dell’età appena di 18 anni, non era però uno di quei saloni severi di Parigi, in cui si osserva il culto delle tradizioni, e la religione dell’etichetta. La fredda cortesia, la fedeltà assoluta ai principii del governo, un disprezzo profondo delle teorie e dei teoretici, un odio grande alla ideologia, tali erano gli elementi della vita interna e pubblica professati dal sig. de Villefort.
Egli non era solamente un magistrato, era quasi un diplomatico. Le sue relazioni colla vecchia corte, di cui parlava sempre con dignità e rispetto, lo facevano rispettare dalla nuova; sapeva tante cose, che non solo era sempre blandito ma spesso ancora consultato; egli abitava una fortezza inespugnabile. Questa fortezza era la sua carica di procuratore del re, di cui si avvaleva meravigliosamente, e che avrebbe lasciata soltanto per esser fatto deputato, e per cambiare così la neutralità in opposizione.
In generale faceva o rendeva raramente visite, sua moglie le faceva in sua vece, cosa accettata in questa società, ove si teneva conto delle gravi e numerose occupazioni del magistrato, ciò che in realtà non era che un calcolo d’orgoglio, una quint’essenza d’aristocrazia, l’applicazione infine di quest’assioma: fa mostra di stimarti e sarai stimato, assioma le mille volte più utile nella nostra società di quello dei greci: conosci te da te stesso, sostituito ai nostri giorni dall’arte meno difficile e più vantaggiosa del conoscere gli altri. Pei suoi amici Villefort era un possente protettore; pei suoi nemici un avversario sordo, ma accanito; per gl’indifferenti la statua della legge fatta uomo: aspetto altero, fisonomia impassibile, sguardo fosco ed appannato, o insolentemente penetrante e scrutatore; tal era l’uomo di cui quattro rivoluzioni, abilmente ammassate l’una sull’altra, avevano da prima costruito, poscia cementato il piedistallo.
Il signor de Villefort aveva la riputazione d’essere l’uomo meno curioso e meno allegro della Francia. Egli dava un ballo tutti gli anni, ma non vi compariva che per un quarto d’ora, cioè 45 minuti di meno che non fa il re ai suoi; egli non si vedeva mai nè ai teatri, nè nei luoghi pubblici; qualche volta, ma raramente, faceva una partita di Whist, ma allora avevasi cura di scegliergli giuocatori degni di lui: qualche ambasciatore, qualche primo presidente o infine qualche duchessa primogenita.
Ecco qual era l’uomo la cui carrozza si era fermata davanti alla porta del conte di Monte-Cristo. Il cameriere annunziò il sig. de Villefort, al momento in cui il conte, chinato sopra una gran tavola, seguiva sur una carta geografica, un itinerario da Pietroburgo alla China.