— Perdonatemi, signore, riprese Villefort sbalordito, ma mi scuserete se, presentandomi a voi, non sapeva di presentarmi ad un uomo, il cui sapere ed il cui spirito sorpassavano di tanto il sapere e lo spirito ordinario ed abituale degli uomini. Non è usanza, fra noi infelici corrotti dall’incivilimento, che i gentiluomini possessori come voi di un’immensa fortuna, almeno a ciò che mi si assicura, notate bene che io non interrogo, ma ripeto soltanto ciò che ho inteso, non è usanza fra noi, diceva, che questi privilegiati dalle ricchezze perdano il loro tempo in ispeculazioni sociali, in astrazioni filosofiche, fatte tutt’al più per consolare quelli che la sorte ha diseredati dei beni della terra.
— Eh! signore, riprese il conte, siete voi dunque giunto al posto eminente che occupate senza aver mai fatta, o incontrata qualche eccezione? e non esercitate mai il vostro sguardo, che pure avrebbe bisogno di molta finezza e sicurezza, ad indovinare con un sol colpo chi è caduto sotto di questo sguardo? Un magistrato non dovrebb’egli essere, non il migliore applicatore della legge, non il più furbo interprete delle oscurità della cabala, ma uno specchio d’acciaio per provare i cuori, una pietra di paragone per assaggiare l’oro che in ciascun’anima si trova sempre misto a più o meno lega?
— Signore, disse Villefort, voi mi confondete, non ho mai inteso parlare come fate voi.
— Egli è perchè siete sempre rimasto racchiuso fra il cerchio delle condizioni generali, perchè non avete mai osato innalzarvi con un batter d’ali nelle sfere superiori che sono popolate d’esseri invisibili ed eccezionali.
— Ammettete dunque, signore, che vi sieno queste sfere, e che gli esseri eccezionali ed invisibili si mischino a noi?
— E perchè no? vedete voi forse l’aria che respirate, e senza la quale non potreste vivere?
— Allora non vediamo questi esseri di cui parlate?
— Voi li potete vedere ogni qual volta quegli esseri si materializzano; voi li toccate allora, li urtate, parlate loro, essi vi rispondono. — Ah! disse Villefort sorridendo, vi confesso che vorrei essere avvisato quando uno di questi esseri si ritroverà meco in contatto. — Voi siete stato servito a seconda del vostro desiderio, signore; poichè testè siete stato avvisato, ed ora pure vi avviso.
— Così, voi stesso...
— Io sono uno di questi esseri eccezionali, sì, signore, io lo credo; sino ad oggi nessun uomo si è ritrovato in una posizione simile alla mia. I regni dei re sono circoscritti, sia dalle montagne, sia dai fiumi, sia da un cambiamento di costumi o di favella. Il mio regno è grande come il mondo, perchè non sono nè italiano, nè francese, nè indiano, nè americano, nè spagnuolo: io sono cosmopolita. Nessuno può dire di avermi veduto nascere, Dio solo sa quale terra mi vedrà morire. Io adotto tutti i costumi, io parlo tutte le lingue; voi mi credete francese, non è vero, perchè parlo il francese colla stessa facilità e purezza di voi? Ebbene! Alì, il mio moro, mi crede Arabo; Bertuccio, il mio intendente, mi crede Romano; Haydée, la mia schiava, mi crede Greco. Dunque capirete, che non essendo di alcun paese, non domandando protezione ad alcun governo, non riconoscendo alcun uomo per mio fratello, non un solo scrupolo che arresta i potenti, non un solo ostacolo che paralizza i deboli, può nè arrestarmi nè paralizzarmi. Non ho che due avversarii, non dirò due vincitori, perchè li sottometto colla persistenza; la distanza ed il tempo. Il terzo, ed è il più terribile, sta nella mia condizione di mortale. Ciò solo può fermarmi nella strada che percorro, e prima che abbia conseguito lo scopo a cui miro; tutto il resto, l’ho calcolato. Ciò che gli uomini chiamano capricci della fortuna, vale a dire la ruina, i cambiamenti, le eventualità, le ho tutte prevedute, e se qualcuna può colpirmi, nessuna può rovesciarmi. A meno che non muoia, sarò sempre ciò che sono, ecco perchè vi dico cose che voi non avete mai intese, neppure dalla bocca dei re, perchè i re hanno bisogno di voi, e gli altri uomini hanno paura di voi. Chi è quegli che non supponga, in una società ordinata tanto ridicolmente quanto la nostra: «forse un giorno posso aver che fare col procuratore del re»?