Massimiliano terminava appena questa narrazione, durante la quale il cuore del conte erasi sempre più dilatato, allorchè Emmanuele ricomparve restaurato di un abito e di un cappello. Egli salutò in modo da far conoscere che sapeva la visita, quindi, dopo aver fatto fare al conte il giro del piccolo recinto fiorito, lo condusse verso la casa. Il salotto era già imbalsamato dai fiori che stavano con gran stento contenuti in un immenso vaso del Giappone a maniche naturali. Giulia convenientemente vestita, ed elegantemente pettinata (aveva esauste tutte le sue forze in dieci minuti!), si presentò sull’ingresso per ricevere il conte. Si sentivano cinguettare gli uccelli di una vicina uccelliera; i rami di falso ebano, e dell’acacia rosea venivano coi loro grappoli di fiori ad ornare i panneggiamenti di velluto blu. Tutto respirava calma in questo grazioso piccolo ritiro; dal canto degli uccelli fino al sorriso dei padroni. Il conte, fin dal suo entrare nella casa, si era di già impregnato di questa felicità; perciò restava muto e astratto, dimenticando di esser guardato ed atteso per riprendere la conversazione interrotta dopo i primi complimenti. Egli s’accorse del suo silenzio che diveniva quasi inconveniente, e strappandosi con isforzo dalla sua astrazione: — Signora, diss’egli finalmente, perdonatemi, una emozione che deve maravigliare voi, assuefatta a questa pace ed a questa felicità; ma per me è cosa tanto nuova la soddisfazione sul viso umano, che non mi stanco di contemplare voi e vostro marito.

— Siamo di fatto molto felici, signore, replicò Giulia; ma abbiamo sofferto tanto lungamente, che ben poche persone hanno conquistata la loro felicità ad un sì caro prezzo.

La curiosità si dipinse sui lineamenti del conte.

— Oh! questa è una storia di famiglia, come vi diceva l’altro giorno Château-Renaud, riprese Massimiliano; per voi, sig. conte, assuefatto a vedere illustri infortunii, e splendide gioie, vi sarebbe poco interessamento in questo quadro familiare. Tuttavolta abbiamo, come diceva Giulia, sofferti vivi dolori, quantunque circoscritti in questo piccolo quadro.

— E Dio versò su voi, come versa su tutti, la consolazione sulle disgrazie? domandò Monte-Cristo.

— Sì, sig. conte, lo possiamo dire, perchè ha fatto per noi, ciò che potrebbe fare pei suoi eletti; ci ha inviato uno dei suoi angeli. — Le guance del conte divennero rosse, ed ei tossì per avere un mezzo di dissimulare la sua emozione, portando alla bocca il fazzoletto. — Coloro che nacquero in una culla di porpora e che non hanno mai desiderato cosa alcuna, disse Emmanuele, non sanno ciò che sia il bene della vita; nello stesso modo che non conoscono il valore di un cielo puro e sereno coloro che non hanno mai messa la loro vita in balia di quattro assi gettati sopra un mare in furore.

Monte-Cristo si alzò, e senza risponder nulla, poichè al tremolio della sua voce avrebbero forse riconosciuta l’emozione da cui egli era agitato, si mise a percorrere il salotto passo passo.

— La nostra magnificenza vi farà sorridere? disse Massimiliano che seguiva cogli occhi Monte-Cristo.

— No, no, rispose Monte-Cristo molto pallido, e comprimendosi con una mano i battiti del cuore, nel mentre coll’altra mostrava al giovine una campana di cristallo, sotto la quale una borsa di seta stava preziosamente stesa sopra un cuscino di velluto nero; domando soltanto a che serve questa borsa che da una parte mi sembra che contenga una carta, e dall’altra un bel diamante.

Massimiliano assumendo un’aria grave rispose: