L. — PIRAMO E TISBE.
A due terzi del sobborgo Sant’Onorato, dietro una bella casa fra le notevoli abitazioni di questo quartiere si estende un vasto giardino di cui i marroni fronzuti sorpassano le enormi muraglie, alte come bastioni, e che lasciano al giunger della primavera cadere i loro fiori color bianco e rosa in due vasi di pietra scannellata, posti parallelamente sopra due pilastri quadrangolari, nei quali era incassato un cancello di ferro dei tempi di Luigi XIII.
Questo grandioso ingresso è condannato, ad onta dei magnifici giranei che vegetano nei due vasi, e che librano al vento le loro foglie marmorizzate ed i loro fiori di porpora dall’epoca in cui i proprietarii del casamento, e ciò da gran tempo, si sono ristretti a dividere la casa dal cortile piantato d’alberi che mette al sobborgo, dal giardino che chiude questo cancello, che altra volta metteva in un magnifico parco di frutti annesso alla proprietà. Ma da che il demone della speculazione tirò una linea, cioè una strada all’estremità di questo parco, e da che la strada prese un nome e anche prima d’esistere mercè una placca di vetro imbrunito, si pensò a vender questo parco per fabbricar sulla strada e far concorrenza a questa grande arteria di Parigi, che chiamasi sobborgo Sant’Onorato.
In materia di speculazioni però l’uomo propone e il danaro dispone: la strada battezzata morì in fasce, il comprator del parco dopo averlo interamente pagato, non potè trovare a rivenderlo per la somma che voleva; ed in aspettativa di un innalzamento di prezzo che da un giorno all’altro poteva rivalerlo delle perdite passate, e del suo capitale, si contentò d’appigionare questo recinto ad ortolani per 300 fr. annui. Era questo un danaro impiegato al mezzo per cento il che non è caro pei tempi che corrono; essendovi persone che lo impiegano al 30, e nondimeno lo trovano impiegato male. Intanto il cancello che altre volte metteva sul parco, è condannato, e la ruggine ne rode i gangheri: ma v’è ancor peggio, perchè gl’ignobili sguardi degli ortolani non avessero a lordare l’interno del recinto aristocratico, un tavolato fu applicato alle sbarre fino all’altezza di sei piedi. Vero è che le assi non son tanto ben connesse da non potervisi introdurre uno sguardo furtivo, ma questa casa ha costumi severi e non teme le indiscrezioni.
In quest’orto invece di cavoli o carote, di piselli o meloni, vegeta un alto trifoglio, che fa fede che ancor si pensa a questo luogo abbandonato. Una piccola porta bassa che apresi sulla strada in quistione dà ingresso a questo terreno circondato da mura, che i pigionali hanno abbandonato per cagione della sua sterilità, e che da otto giorni in vece di fruttare un mezzo per cento come per lo passato non frutta più niente affatto.
Dalla parte del casamento i marroni di cui abbiamo parlato coronavano la muraglia, ciò però non impediva che altre piante di lusso stendessero i loro rami fioriti fra quelli avidi di aria. In un angolo ove il fogliame era talmente fitto che la luce appena poteva penetrarvi alcun poco, un largo banco di pietra ed alcune seggiole da giardino indicavano esser quello un luogo favorito, o di ritirata di qualcuno degli abitatori della casa situata a cento passi di distanza, e che appena si poteva scorgere fra i recinti di verdura che l’avviluppavano: finalmente la scelta di questo asilo misterioso era giustificata ad un tempo dall’assenza del sole, dalla continua freschezza anche nei giorni della più bruciante estate, dal cinguettio degli uccelli, e dall’allontanamento dalla casa e dalla strada, cioè dagli affari e dal rumore.
Verso la sera di una di quelle più calde giornate che la primavera possa accordare agli abitanti di Parigi v’era su questo banco di pietra un libro, un ombrellino, un cestello da lavoro, ed un fazzoletto di battista, di cui era cominciata l’orlatura, e non lungi da questo banco, vicino al cancello in piedi davanti all’assito, coll’occhio applicato ad una di quelle fenditure, che lasciavano vedere l’esterno, una giovinetta che fissava lo sguardo nel terreno deserto che noi conosciamo. Quasi nello stesso momento la piccola porta di quel terreno aprivasi senza far rumore e un giovine grande vigoroso vestito con una blouse di tela greggia, con un berretto di velluto nero, ma di cui i baffi, la barba, ed i capelli estremamente acconciati erano alcun poco in opposizione con questo vestito popolare, dopo un rapido sguardo girato intorno a sè per assicurarsi se era da alcuno spiato, passando da quella porta che richiudevasi dietro a lui, si diresse con passo precipitato verso il cancello. Alla vista di quegli che aspettava, probabilmente forse non in quel costume, la giovinetta dette addietro. Siccome a traverso la fessura della piccola porta il giovine con quello sguardo che non è proprio che degli amanti, aveva già veduto ondeggiare una veste bianca ed una larga cintura blu, si slanciò verso il recinto ed applicando la bocca ad una apertura:
— Non abbiate paura, Valentina, sono io.
La giovinetta si ravvicinò: — Oh! perchè dunque siete venuto così tardi quest’oggi? Sapete che quanto prima si va a pranzo, e che mi ha fatto d’uopo di molta politica e prontezza per ispacciarmi di mia matrigna che mi sorveglia, della cameriera che mi spioneggia, e di mio fratello che mi tormenta, per venire a lavorare qui a quest’orlatura, che ho ben paura non sarà finita per ora? Quando poi vi sarete scusato sul vostro ritardo, mi direte che significa questo nuovo costume che avete adottato, e che è stato quasi cagione che non vi abbia riconosciuto.
— Cara Valentina, voi siete troppo al di sopra del mio amore, perchè io osi parlarvene, e ciò non ostante tutte le volte che vi vedo, ho bisogno di dirvi che vi adoro perchè l’eco delle mie proprie parole mi accarezzi dolcemente il cuore, quando non vi vedo più. Ora vi ringrazio della vostra sgridata, essa è del tutto lusinghiera, perchè mi prova, non oso dire che mi aspettavate, ma che pensavate a me. Volevate sapere la causa del mio ritardo, ed il motivo del mio travestimento; ve lo dirò, e spero che vorrete scusarmi: ho fatto l’elezione di uno stato.