— Di uno stato!... che volete mai dire Massimiliano? E siamo dunque così felici perchè possiate parlare scherzando delle cose che ci riguardano?
— Oh! il cielo me ne guardi, disse il giovine, di scherzare con ciò che è la mia vita! ma stanco di essere un uomo che corre i campi e che scala le mura, seriamente spaventato dall’idea che mi faceste nascere l’altra sera che vostro padre un giorno o l’altro mi avrebbe fatto giudicare come un ladro, cosa che metterebbe a cimento l’onore di tutto l’esercito francese, non meno spaventato dalla possibilità che qualcuno si meravigli di vedermi continuamente ronzare intorno a questo terreno, ove non c’è la più piccola cittadella da assediare, o il più piccolo blockhaus da difendere, così da capitano dei spahis, mi sono fatto ortolano, ed ho adottato il vestiario della mia nuova professione.
— Buono quale follia!
— Ella è al contrario la cosa più saggia, che abbia fatto in vita mia, perchè essa ci garantisce ogni sicurezza; io sono stato a ritrovare il proprietario di questo recinto, la scritta coll’antico fittaiuolo era finita ed io l’ho preso di nuovo in fitto. Tutto questo trifoglio che vedete è mio, Valentina, nulla può impedirmi d’ora innanzi di far fabbricare una capanna fra questo fieno, e di vivere a venti passi lontano da voi. Oh! io non posso contenere la mia gioia e la mia fortuna. Concepite, Valentina che si possa giungere a pagare tutto questo? È impossibile, n’è vero? Eppure tutta questa felicità, tutta questa fortuna, tutta questa gioia, per le quali avrei dato dieci anni della mia vita, mi costano, indovinate un poco?... 500 fr. l’anno pagabili per trimestre. Per tal modo d’ora innanzi non vi è più nulla da temere. Io sono qui in casa mia, posso mettere delle scale contro il mio muro e guardarvi per di sopra, ed ho il dritto, senza che una qualche pattuglia venga a disturbarmi, di dirvi che vi amo, fino a tanto che la vostra fierezza non si adonti di sentirsi dire questa parola dalla bocca di un povero giornaliero vestito con la blouse e coperto con un berretto. — Valentina mandò un piccolo grido di gioia, poi d’un subito: — Ahimè! Massimiliano, diss’ella tristamente, e come se una gelosa nube fosse d’improvviso venuta a velare i raggi del sole che illuminava il suo cuore; ora noi saremo troppo liberi, la nostra felicità ci farà tentare Dio; abuseremo della nostra sicurezza, e questa ci perderà.
— Potete voi dir questo, amica mia, a me, che da quando vi conobbi, ogni giorno vi do prove che ho subordinati i miei pensieri e la mia vita alla vostra vita ed ai vostri pensieri? Chi vi ha ispirato confidenza in me? il mio onore n’è vero? Quando mi avete detto che un vago istinto v’assicurava che correvate un gran pericolo, io ho messo i miei affetti ai vostri ordini, senza chiedervi altra ricompensa che la felicità di servirvi. Da quel tempo vi ho io dato con una parola, con un gesto, il motivo di pentirvi di avermi distinto fra quelli che avrebbero dato la loro vita per voi? Voi mi avete detto, povera fanciulla, che eravate stata fidanzata al sig. d’Épinay, che vostro padre aveva stabilito questo matrimonio, vale a dire ch’esso era certo, perchè tutto ciò che vuole il sig. de Villefort accade infallibilmente. Ebbene io sono rimasto fra le ombre aspettando tutto, non dalla mia volontà, non dalla vostra, ma dagli avvenimenti, dalla provvidenza, da Dio, e frattanto voi mi amate, voi avete avuto pietà di me, Valentina, me lo avete detto; ed io vi ringrazio di questa dolce parola, che vi prego di ripetermi di tempo in tempo, e che mi farà dimenticare tutto.
— Ed ecco ciò che vi ha dato ardimento, Massimiliano, ecco ciò che rende la mia vita dolce ad un tempo ed infelice al punto, che spesso domando a me stessa, se sia meglio per me il dispiacere che mi causava altre volte il rigore di mia matrigna e la sua cieca preferenza per suo figlio, o la felicità piena di pericoli che provo nel vedervi.
— Di pericoli! gridò Massimiliano; potete dire una parola sì aspra e sì ingiusta! avete mai veduto uno schiavo più sottomesso di me? Voi mi avete permesso di dirigervi qualche volta la parola, Valentina, ma mi avete proibito di seguirvi, ed io ho ubbidito. Da che ho ritrovato il mezzo di penetrare in questo recinto, di parlare con voi a traverso questa porta, di essere sì vicino a voi senza vedervi, ditelo, ho io mai domandato di toccare l’estremità del vostro vestito a traverso questo cancello? ho io mai fatto un passo per superare queste mura, ridicolo ostacolo per la mia forza e la mia giovinezza? Mai un rimprovero sul vostro rigore, mai un desiderio espresso chiaramente: sono stato ligio alla mia parola, come un cavaliere dei tempi antichi, confessatelo almeno, perchè io non vi abbia a credere ingiusta.
— È vero, disse Valentina passando fra due assi l’apice di uno de’ suoi diti affilati, sul quale Massimiliano posò le labbra, è vero, voi siete, un onesto amico. Ma finalmente non avete operato che col sentimento del vostro interesse, mio caro Massimiliano; ben sapevate che nel giorno in cui lo schiavo fosse divenuto esigente, avrebbe tutto perduto. Voi avete promesso l’amicizia di un fratello a me, che non ho amici, che sono dimenticata dal padre, perseguitata dalla matrigna, che non ho per consolazione che un vecchio immobile, muto, agghiacciato, la cui mano non può stringere la mia, il cui occhio soltanto può parlarmi, di cui il cuore batte senza dubbio per me di un residuo di calore. Derisione amara della sorte che fu nemica a me, vittima di tutti coloro che sono più forti di me, e che mi danno un cadavere per appoggio, e per amico. Oh! veramente Massimiliano, ve lo ripeto, son ben infelice, e voi avete ragione di amarmi per me e non per voi.
— Valentina, disse il giovine con una profonda emozione, non dirò che amo soltanto voi a questo mondo, perchè amo ancora mia sorella e mio cognato, ma per loro provo un amore dolce e tranquillo, che non rassomiglia in nulla a quello con cui amo voi: quando penso a voi il sangue mi bolle, il petto si gonfia, il cuore irrompe, ma questa forza, quest’ardore, questa potenza sovrumana io l’impegnerò ad amar voi soltanto fino al giorno che mi direte d’impiegarli per servirvi. Il sig. Franz d’Épinay starà assente ancora un anno, si dice; in un anno quante eventualità favorevoli possono accadere! Dunque speriamo sempre; è cosa tanto buona, tanto dolce lo sperare! Ma aspettando, voi Valentina, voi che mi rimproverate il mio egoismo che cosa siete stata per me? la bella e fredda statua della Venere pudica. In contraccambio di questo affetto, di questa obbedienza, di questa riserva, che mi avete voi promesso? nulla; che mi avete voi accordato? ben poca cosa. Voi mi parlate del sig. d’Épinay, vostro fidanzato, e sospirate all’idea d’essere un giorno sua. Vediamo, Valentina, è forse soltanto questo quello che avete nell’anima? Che? io v’impegno la mia vita, vi do tutto me stesso, vi consacro fino al più insignificante battito del mio cuore, e quando sono tutto vostro, quando vi dico in segreto che morrò se vi perdo, voi non vi spaventate alla sola idea di dover divenire di un altro. Oh! Valentina, Valentina! se io fossi ciò che voi siete! se io mi sapessi amato, come voi siete sicura che io vi amo, io già avrei passato la mano fra le sbarre di questo cancello, ed avrei stretta quella del povero Massimiliano, dicendogli: «A voi, a voi solo, Massimiliano, in questo mondo e nell’altro.»
Valentina non rispose, ma il giovine l’intese sospirare e piangere.