— No signora, contro il solito delle storie, questa è una verità; ma ciò che mi dite signora, ciò che mi domandate non è il risultato di una domanda capricciosa, da poichè sono già due anni che mi avete fatte le stesse interrogazioni, ed ora mi dite che la storia di Mitridate vi preoccupa da molto tempo.
— È vero, signore, i due studi favoriti della mia gioventù, sono stati la botanica e la mineralogia, e quando poi ho saputo che l’uso di questi semplici spiegava spesso tutta la storia dei popoli, e tutta la vita degl’individui d’Oriente, nello stesso modo con cui i fiori spiegano tutt’i loro pensieri amorosi; mi è dispiaciuto di non essere un uomo per non poter diventare un Flamel, un Fontana od un Cabanis.
— Tanto più signora, riprese Monte-Cristo, che gli orientali non si limitano, come Mitridate, a servirsi dei veleni, come una corazza, ma se ne servono eziandio come pugnali; la scienza nelle loro mani diventa non solo un’arme difensiva, ma anche offensiva, l’una serve loro contro le sofferenze fisiche, l’altra contro i loro nemici; coll’oppio, colla bella donna, coll’hatchis si procurano sogni di felicità che il cielo ha realmente negati; con la falsa angustura, col legno di brionia, col lauro ceraso addormentano quelli che vorrebbero svegliarli. Non vi è una fra le donne egiziane, turche, o greche, che qui chiamate buone donne, e che non sappia in fatto di chimica di che farvi stupire un medico.
— Davvero! disse la sig.ª de Villefort, di cui gli occhi brillavano di uno strano fuoco a questa conversazione.
— Eh! mio Dio sì, signora. I drammi segreti d’Oriente si annodano e si sciolgono così, dalla pianta che fa amare fino a quella che fa morire; dalla bevanda che vi rapisce in estasi, fino a quella che può far discendere un uomo nella sepoltura. Vi sono tante gradazioni di ogni genere, quanti sono i capricci e le bizzarrie dell’umana natura, fisica, e morale, e dirò di più, l’arte di queste chimiche sa adattare ammirabilmente il rimedio ed i mali ai propri bisogni d’amore, e ai propri desideri di vendetta.
— Ma, signore, riprese la giovane sposa, queste società orientali in mezzo alle quali avete passato gran parte della vostra esistenza sono dunque fantastiche come i racconti che ci vengono da questi bei paesi? Un uomo dunque può esservi ucciso impunemente? È dunque una realtà la Bagdad o la Bassora del sig. Galand? I sultani e i visir che reggono queste società, e che costituiscono ciò che si chiamerebbe in Francia il governo sono dunque nel serio tanti Harun-al-Rascid e tanti Giaffar, che non solo perdonano ad un avvelenatore, ma lo fanno ancora primo ministro, se questo delitto è stato ingegnoso; e che in questo caso ne fanno stampare la storia in lettere d’oro per divertirsene nelle loro ore di noia?
— No, signora, il fantastico non v’è più, neppure in Oriente; vi sono laggiù pure mascherati con altri nomi e nascosti sotto altri costumi, dei commissari di polizia, dei giudici d’istruzione, dei procuratori del re, e degli esperti. Vi s’impicca, vi si taglia la testa, vi s’impala molto aggradevolmente; ma i delinquenti, da esperti frodatori, hanno saputo illudere la giustizia umana ed assicurare il successo delle loro imprese con abili combinazioni. Presso noi un imbecille ossesso dal demonio dell’odio e della cupidigia che ha un nemico da distruggere o un gran parente da annichilire, va da uno speziale, gli dà un nome falso, che tanto più facilmente fa scoprire il suo vero, e compra cinque o sei grammi d’arsenico; s’egli è molto furbo, va da cinque o sei speziali, e non è che cinque o sei volte conosciuto meglio; poi quando possiede il suo specifico, amministra al nemico, o al gran parente, una dose d’arsenico che farebbe crepare un elefante od un rinoceronte, e che senza rima, nè ragione fa mandare alla sua vittima urli tali da mettere tutto il quartiere sossopra. Allora giunge un nuvolo di messi di polizia e di gendarmi; si manda a cercare un medico, che apre il morto, e ne raccoglie nello stomaco e negl’intestini l’arsenico a cucchiaiate; il giorno dopo cento giornali raccontano il fatto col nome della vittima e dell’uccisore. Fin dalla stessa sera lo speziale, o gli speziali, viene o vengono a dire «sono io che ho venduto l’arsenico al signore» e piuttosto che non riconoscere il compratore ne riconoscerebbero venti; allora il goffo reo è preso, imprigionato, interrogato, confrontato, confuso, condannato e ghigliottinato; o se è una donna di qualche entità, viene imprigionata a vita. Ecco, signora, il modo con cui i nostri settentrionali intendono la chimica. Desrues però la intendeva meglio, debbo confessarlo.
— Che volete, signore, non tutti hanno i segreti dei Medici! o dei Borgia! disse la giovane sposa ridendo.
— Ora, disse il conte stringendosi nelle spalle, volete che vi dica qual è la causa di tutte queste inezie? si è che sui vostri teatri, a quanto ho potuto giudicarne io stesso dalla lettura delle opere che vi si rappresentano, si vede sempre qualcuno inghiottire il contenuto di un’ampolla, mordere la legatura di un anello, e cadere intirizzito cadavere, 5 minuti dopo cala il sipario, gli spettatori si disperdono, s’ignorano le conseguenze dell’omicidio, non si vede mai nè il commissario di polizia colla sciarpa, nè il caporale coi suoi quattr’uomini, e ciò autorizza i cervelli meschini a credere che le cose finiscano così. Ma uscite un po’ dalla Francia, andate ad Aleppo o al Cairo, e vedrete passeggiare per le strade persone tutte fresche e color di rosa, delle quali il diavolo zoppo, se vi toccasse col suo mantello, potrebbe dirvi, «Questo signore è avvelenato da tre settimane e sarà morto fra un mese».
— Ma allora, disse la signora de Villefort, hanno dunque ritrovato il segreto di questa famosa acqua-tofana, che in Perugia mi si diceva perduto.