— Bah! Bah! disse la marchesa, non date ascolto a questa giovinetta, Villefort; ella ci si avvezzerà. — E la marchesa stese a Villefort una mano secca che egli baciò, sempre guardando Renata e dicendole cogli occhi: — È la vostra mano che intendo baciare in questo momento o almeno desidererei che fosse.
— Questi sono tristi auspici, mormorò Renata.
— In verità, madamigella, disse la marchesa, voi siete di una puerilità disperante. Vi domando un poco ciò che può aver che fare il destino dello stato con le vostre fantasie sentimentali, e colle vostre sensibilità di cuore?
— Oh! madre mia, mormorò Renata.
— Grazia per la cattiva regia, marchesa, disse Villefort. Io vi prometto di fare il mio dovere di sostituto del Procuratore del Re coscienziosamente, vale a dire di essere severo. — Ma nel medesimo tempo che il magistrato indirizzava queste parole alla marchesa, il fidanzato gettava di nascosto uno sguardo, che diceva: — State tranquilla, Renata, per amor vostro sarò indulgente. — Renata corrispose a questo sguardo col più dolce sorriso, e Villefort uscì col paradiso nel cuore.
VII. — L’INTERROGATORIO.
Non appena Villefort fu fuori della sala da pranzo che lasciò la maschera allegra per prendere l’aria grave di un uomo chiamato al supremo ufficio di pronunciare sulla vita del suo simile. Ora, ad onta della mobilità della sua fisonomia, mobilità che il sostituto aveva studiata, come deve fare ogni abile attore, più di una volta innanzi lo specchio, allora per altro durò molta fatica ad aggrottare le sopracciglia e a rendere severi i suoi lineamenti. Di fatto, prescindendo dalle memorie di quella linea politica seguita da suo padre e che poteva se egli non se ne allontanava compiutamente, inceppare il suo avvenire, Gherardo de Villefort era in quel momento tanto felice, quanto è concesso ad un uomo di esserlo. Di già ricco per sè stesso, egli a ventisette anni occupava un posto elevato nella magistratura, sposava una giovinetta bella di persona cui amava; di più, oltre la sua bellezza che era notevole, madamigella di S. Méran sua sposa apparteneva ad una delle famiglie più favorite dalla corte d’allora; finalmente l’influenza dei genitori di lei, non avendo figli maschi, poteva essere consacrata tutta intera al loro genero; ella portava ancora al marito una dote di 50mila scudi, che grazie alle speranze, parola atroce inventata dai sensali di matrimonio, poteva un giorno aumentarsi con una eredità di un mezzo milione. Tutti questi elementi riuniti componevano dunque per Villefort un totale di felicità abbagliante a segno, che gli sembrava di vedere delle macchie nel sole quando aveva lungamente guardata la sua vita interna colla vista dell’anima. Alla porta trovò il commissario di polizia che lo aspettava... La vista dell’uomo nero lo fece tosto ricadere dall’altezza del terzo cielo sulla terra materiale ove noi camminiamo; ricompose il viso nel modo che abbiamo indicato, e avvicinandosi all’ufficiale di giustizia: — Eccomi, signore, diss’egli; ho letta la lettera, e voi avete fatto benissimo in arrestare quest’uomo, ora datemi sopra di lui e sulla cospirazione tutti i particolari da voi raccolti.
— Signore, della cospirazione non si sa ancor nulla, rispose il Commissario; ma tutte le carte che sono state ritrovate presso quest’uomo, sono tutte poste in un plico e sigillate sul vostro scrittoio. Quanto al prevenuto, voi lo avrete veduto dalla lettera stessa che lo denunzia, egli si chiama Edmondo Dantès, secondo a bordo del bastimento a tre alberi, il Faraone, che fa commercio di cotone con Alessandria e Smyrne, e appartiene alla casa Morrel e F. di Marsiglia.
— Prima di servire nella marina mercantile ha egli servito nella marina militare? domandò Villefort. — Oh! no, signore, egli è giovine del tutto. — Qual è la sua età? — Diciannove o vent’anni al più. — In questo e siccome Villefort, seguendo la strada grande era giunto all’angolo della via dei Consoli, un uomo che sembrava aspettarlo al suo passaggio, lo fermò: era Morrel. — Ah! signor de Villefort, esclamò il bravo uomo riconoscendo il sostituto, immaginatevi che si commette lo sbaglio più strano, e più inaudito; è stato arrestato il secondo del mio bastimento, Edmondo Dantès.
— Lo so, disse Villefort, ed io mi riduco in casa per interrogarlo.