— Le mie opinioni politiche? le mie, signore! è quasi vergognoso il dirlo, ma io non ho mai avuto ciò che si chiama un’opinione: ho diciannove anni appena, come ebbi l’onore di dirvi; io non so niente, non sono destinato a rappresentare alcuna parte, il poco che sono e che sarò, se mi vien accordato il posto che ambisco, lo dovrò solo al signor Morrel. Per tal modo tutte le mie opinioni, non dirò politiche, ma private, si limitano a questi tre sentimenti: amo mio padre, rispetto il sig. Morrel, e adoro Mercedès. Ecco, o signore, tutto ciò che posso dire alla giustizia: vedete che questo può importarle ben poco.

A seconda che Dantès parlava, Villefort ne contemplava il viso dolce ad un tempo ed aperto, e sentiva ritornare alla memoria le parole di Renata, che senza conoscere il prevenuto, gli aveva domandata indulgenza per lui. Coll’abitudine che aveva digià il sostituto a trattare i delitti e i delittuosi, egli vedeva sorgere ad ogni parola di Dantès le prove dell’innocenza di lui. Di fatto questo giovine, che si sarebbe potuto chiamare anche ragazzo, semplice, ingenuo, eloquente, di quella eloquenza del cuore che non si trova mai quando si cerca per affettarla, pieno d’affezione per tutti perchè era felice, chè la felicità rende buoni anche gli stessi perversi, versava fino sul suo giudice la dolce affabilità che si espandeva dal suo cuore. Edmondo non aveva nello sguardo, nella voce, nel gesto, per quanto rozzo e severo fosse stato con lui Villefort, che affabilità e bontà per colui che lo interrogava.

— Perbacco! disse tra sè Villefort, ecco un grazioso giovinotto e non penerò molto, lo spero, a farmi un merito con Renata compiacendo la sua prima raccomandazione. Ciò mi frutterà una buona stretta di mano in presenza di tutti, ed un bacio ineffabile di nascosto in un canto.

A questa doppia speranza la figura di Villefort si abbellì, dimodochè quando rivolse gli sguardi dai suoi pensieri sopra Dantès, Dantès che aveva seguito tutti i movimenti della fisonomia del suo giudice, sorrideva quasi al suo pensiero.

— Sapete voi di aver qualche nemico? disse Villefort.

— Io dei nemici? rispose Dantès, ho la fortuna di essere ancora ben poca cosa, perchè la mia posizione me ne faccia. Quanto alla mia indole, forse un poco troppo vivace, ho sempre cercato di addolcirla verso i miei subordinati. Ho dieci o dodici marinai sotto i miei ordini; che vengano pure interrogati, o signore, ed essi vi diranno che mi amano e mi rispettano, non come un padre perchè sono troppo giovine, ma come un fratello maggiore.

— Bene, continuò Villefort, vediamo ora, se invece di nemici poteste avere qualche invidioso, o qualche geloso. Voi siete per essere nominato capitano a diciannove anni, il che è un raro bene in tutti gli stati; queste due preferenze avrebbero potuto generarvi qualche invidioso.

— Sì, avete ragione: voi dovete conoscere gli uomini meglio di me; ciò è possibile; ma se questi invidiosi dovessero essere tra i miei amici, vi confesso che amo meglio di non conoscerli, per non esser costretto ad odiarli.

— Avete torto, bisogna sempre per quanto è possibile, tener gli occhi aperti intorno a sè, e in verità voi mi sembrate un così bravo giovine, che per voi son per allontanarmi dalle regole ordinarie della giustizia e per illuminarvi, comunicandovi la denunzia che vi conduce a me dinanzi. Ecco il foglio accusatore, conoscete voi il carattere? — E Villefort cavò di tasca la lettera e la presentò a Dantès. Questi osservò e lesse. Una nube gli oscurò la fronte, poi disse: — Non conosco questo carattere, che quantunque alterato, pure è scritto con molta franchezza. In ogni caso è una mano molto abile che lo ha vergato. Sono ben fortunato, soggiunse guardando con riconoscenza Villefort, di avere a trattare con un uomo, quale voi siete, poichè in fatto il mio invidioso è un vero nemico. — Al baleno che folgorò sugli occhi del giovinetto pronunciando queste parole, Villefort potè conoscere quanta violenta energia stava nascosta sotto quella prima dolcezza.

— Ora osserviamo, disse Villefort, rispondetemi francamente, non come farebbe un prevenuto al suo giudice, ma come un uomo che si trova in una falsa posizione risponde ad un altro che prende interessamento per lui: che vi è di vero in questa anonima accusa? — E Villefort gettò con disprezzo sullo scrittoio la lettera che Dantès gli aveva restituita.