— Eccovi la pura verità, sul mio onore di marinaio, sul mio amore per Mercedès, sulla vita di mio padre.
— Parlate, signore, disse ad alta voce Villefort. Poi fra sè soggiunse. — Se Renata potesse vedermi, spero, sarebbe contenta di me e non mi chiamerebbe più tagliatore di teste.
— Ebbene! lasciando Napoli il Capitano Leclerc cadde malato di febbre cerebrale; siccome non avevamo medico a bordo, ed egli non volle fermarsi in alcun punto della costa, sollecitato come era di portarsi all’isola d’Elba, la malattia peggiorò in modo che verso la fine del terzo giorno sentendosi vicino a morire mi chiamò a sè: «— Mio caro Dantès, mi disse: giuratemi sul vostro onore di far tutto ciò che vi dirò trattandosi di affari della più alta importanza.» «— Ve lo giuro capitano, risposi io.» «— Ebbene, siccome dopo la mia morte spetta a voi il comando del bastimento nella vostra qualità di secondo, assumerete questo comando, e metterete capo all’isola d’Elba, sbarcherete a Porto Ferrajo, cercherete del gran Maresciallo e gli rimetterete questa lettera; forse egli allora vi consegnerà un’altra lettera, e v’incaricherà di qualche missione. Questa missione che era riservata a me, voi l’eseguirete, Dantès, in mia vece, e tutto l’onore sarà vostro.» «— Io lo farò, Capitano; ma forse non potrò giugnere fino al Gran Maresciallo tanto facilmente quanto credete.»
«— Eccovi un anello che vi farà giungere facilmente a lui, disse il Capitano, e che toglierà tutte le difficoltà». — A queste parole mi rimise l’anello, e fu appena in tempo; perchè poco dopo lo prese il delirio e il domani era morto.
— E che faceste allora?
— Ciò che io doveva fare, o signore, e che ciascun altro avrebbe fatto al mio posto. In ogni tempo le preghiere dei moribondi sono sacre, ma presso i marinai le preghiere di un superiore sono ordini che si debbono eseguire. Io feci dunque vela verso l’isola d’Elba ove giunsi il domani; consegnai a bordo tutto l’equipaggio, ed io solo discesi a terra. Come aveva preveduto, mi fecero sulle prime delle difficoltà per introdurmi dal Gran Maresciallo, ma io gli inviai l’anello che doveva servirmi di segnale a farmi riconoscere, e tutte le porte si aprirono avanti a me. Egli mi ricevette, m’interrogò sugli ultimi particolari della morte del disgraziato Leclerc; e come questi lo aveva preveduto, mi venne consegnata una lettera coll’incarico di portarla in persona a Parigi. Io glielo promisi, poichè questo era un compiere l’estrema volontà del mio Capitano. Ritornai a bordo, feci vela per Marsiglia ove giunsi ieri, accomodai rapidamente tutti gli affari colla Dogana e la Sanità, corsi ad abbracciare mio padre, volai a vedere la mia fidanzata, che trovai più bella e più innamorata che mai. Col favore del signor Morrel furono superate tutte le difficoltà ecclesiastiche; e finalmente, o signore, io assisteva, come vi ho detto, al pranzo dei miei sponsali; fra un’ora doveva esser maritato, e contavo partir domani per Parigi allora quando per questa accusa che sembra voi pure disprezziate quanto me, io fui arrestato.
— Sì, sì, mormorò Villefort, tutto ciò mi sembra essere la verità, e se voi siete colpevole, lo siete soltanto d’imprudenza; ed anche questa imprudenza potrebbe essere legittimata dagli ordini che riceveste dal vostro capitano. Rendetemi questa lettera che vi è stata consegnata all’isola d’Elba, datemi la vostra parola d’onore di ricomparire alla prima requisitoria, ed andate a raggiungere i vostri amici. — Per tal modo io sono libero, signore? gridò Dantès al colmo della gioia.
— Sì, soltanto datemi questa lettera. — Essa dev’essere innanzi a voi poichè mi fu tolta con tutte le altre mie carte, ed io ne riconosco qualcuna in quel fascio. — Aspettate, disse il sostituto a Dantès, che prendeva i guanti ed il cappello; a chi era essa diretta?
— Al sig. Noirtier, strada Coq-Héron a Parigi.
La folgore se caduta fosse su Villefort, non lo avrebbe percosso con un colpo più rapido e più inatteso; egli si lasciò cadere sulla seggiola dalla quale si era per metà alzato per prendere il piego delle carte confiscate su Dantès, lo sfogliò precipitosamente, e ne cavò la lettera fatale, sulla quale gettò uno sguardo ov’era impresso il più indicibile terrore: — sig. Noirtier strada Coq-Héron N. 13, mormorò impallidendo sempre più.