— Oh! rispose Monte-Cristo, non ammetto scuse. Sabato alle sei vi aspetto, e se non verrete, crederò che so io? che su questa casa disabitata graviti da vent’anni qualche lugubre tradizione, qualche sanguinosa leggenda.

— Vi verrò, sig. conte, disse vivamente Villefort.

— Grazie, disse Monte-Cristo. Ora bisogna che mi permettiate di prendere congedo da voi.

— In fatto avevate detto di essere costretto a lasciarci, sig. conte, disse la sig.ª de Villefort, e voi ci dicevate, voler fare ancora qualche cosa, quando siete stato interrotto per passare ad un’altra idea.

— In verità signora, disse Monte-Cristo, non so se oserò di dirvi ove vado. — Bah! dite pure.

— Io vado, da vero allocco che sono, a visitare una cosa che spesso mi ha tenuto distratto per delle ore intere.

— Quale?

— Un telegrafo: ecco la parola lanciata.

— Un telegrafo? ripetè la sig.ª de Villefort.

— Eh! mio Dio, sì, un telegrafo. Ho veduto qualche volta in capo di una strada sopra un poggio, un giorno di bel sole, innalzarsi queste braccia nere e snodate, simili alle zampe di una immensa coleoptra, e ciò non fu mai senza emozione, ve lo giuro, perchè pensava che questi segni bizzarri fendendo l’aria con precisione, e portando a trecento leghe la volontà sconosciuta di un uomo assiso ad una tavola ad un altr’uomo assiso all’estremità della linea davanti ad un’altra tavola, si disegnavano o sul grigio della nuvola, o sull’azzurro dei cieli per la sola forza del volere di questo capo possente. Allora io credeva ai geni, alle silfidi, ai folletti, infine a tutti i poteri occulti, e rideva. Ora, non mi era mai venuta la volontà di vedere da vicino questi grossi insetti dal ventre bianco, dalle zampe nere e magre, perchè temeva di ritrovare sotto le loro ali di pietra il piccolo genio umano, ben saputo, bene imburrato di scienza, di cabala, o di cancelleria. Ma ecco che un bel mattino intesi che il motore di ciascun telegrafo era un povero diavolo d’impiegato a 1200 fr. l’anno, occupato tutto il giorno a guardare, non il cielo come l’astronomo, non l’acqua come il pescatore, non il paesaggio come un cervello vòto; ma invece l’insetto dal ventre bianco e dalle zampe nere, suo corrispondente, situato 4, o 5 leghe lontano da lui. Allora mi son sentito prendere da un desiderio curioso di vedere da vicino questa crisalide vivente, e di assistere alla commedia che dal fondo della sua buccia ella dà all’altra crisalide tirandogli uno dopo gli altri alcuni capi della cordicella.