— Vi seguo. — Monte-Cristo entrò infatto nella torre divisa in tre piani; il piano terreno contava alcuni istromenti d’agricoltura, come zappe, rastrelliere, innaffiatoi attaccati al muro; e questo era tutto il mobilio. Il secondo era l’abitazione ordinaria, o piuttosto notturna dell’impiegato; conteneva alcuni poveri utensili d’uso, un letto, una tavola, due sedie, una fontana di pietra bigia, più alcune erbe secche attaccate al soffitto, e che il conte riconobbe per piselli da sementi, fagiolini di Spagna, dei quali il buon uomo conservava i grani nella sua scodella di cocco. Egli aveva messi i bigliettini a tutte queste sementi, con quella cura che potrebbe fare il botanico del Giardino delle Piante.

— Vi vuol molto tempo a studiare la telegrafia, signore? domandò Monte-Cristo.

— Lo studio non è lungo, ma il soprannumerariato.

— E quanto si riceve di paga? — Mille franchi, signore.

— Non è gran cosa. — No, ma come vedete si ha l’alloggio. — Monte-Cristo guardò la camera:

— Purchè non si mettano pretensioni nell’alloggio.

Passarono al terzo piano; era la camera del telegrafo. Monte-Cristo guardò attorno attorno le due maniglie di ferro che servono a mettere in moto la macchina:

— Ciò è molto importante, diss’egli, ma alla lunga questa è una vita che deve sembrare un po’ insipida.

— Sì, nel principio occasiona dei torcicolli per guardare, ma in capo ad un anno o due vi ci assuefacciamo; poi abbiamo le nostre ore di ricreazione, e i nostri giorni di congedo.

— I vostri giorni di congedo? — Sì. — E quali?