A prima vista, ed esaminata dal di fuori, la casa d’Auteuil nulla aveva di splendido, nè di tutto ciò che avrebbe potuto aspettarsi da una casa deputata ad abitazione del magnifico conte di Monte-Cristo; ma questa semplicità dipendeva dalla volontà del padrone, che aveva positivamente ordinato che nulla fosse cambiato all’esterno; e per convincersene non vi era di bisogno che penetrare nell’interno. Di fatto appena la porta era aperta, lo spettacolo cambiava.
Bertuccio aveva oltrepassato sè stesso pel gusto del mobilio, e la rapidità della esecuzione: come in altri tempi il duca d’Antin aveva fatto abbattere in una notte un viale di alberi che incomodava la vista di Luigi XIV, così in tre giorni Bertuccio aveva fatto piantare nel cortile interamente nudo, dei bei pioppi e dei sicomori, fatti trasportare colle loro enormi masse di radici, che ombreggiavano la facciata principale della casa, davanti la quale, invece del selciato, mezzo guastato dall’erba, si stendeva un prato di zolle, la cui verde crosta era stata posta quella stessa mattina, e formava un vasto tappeto ove brillavano ancora le gocce di acqua di cui era stato innaffiato.
Del rimanente gli ordini emanavano dal conte; egli stesso aveva rimesso a Bertuccio un disegno ov’erano indicati il numero delle piante ed il posto ove dovevano essere situate, la forma e lo spazio del prato che dovevano sostituire il selciato. Veduta così, la casa era divenuta irriconoscibile; e Bertuccio stesso protestava che non la riconoscerebbe più, circondata com’era dal suo quadro di verdura.
L’intendente non sarebbe stato mal contento, da che vi era, di far soffrire pur qualche cambiamento al giardino, ma il conte aveva positivamente proibito che si toccasse. Bertuccio se ne risarcì col far ricolmare di fiori le anticamere, le scale, e i caminetti.
Ciò che annunziava l’estrema abilità dell’intendente e la profonda scienza del padrone, l’uno nel servire, l’altro nel farsi servire, si era che questa casa, deserta da vent’anni, così cupa e trista anche il giorno innanzi, tutta impregnata di quel disgustoso odore del tempo, aveva preso in un giorno, coll’aspetto della vita, i profumi che preferiva il padrone, e perfino il grado della sua luce favorita; era che il conte giungendo, avrebbe sotto i suoi occhi i quadri che preferiva, nelle anticamere i cani di cui amava le carezze, gli uccelli di cui amava il canto; si era che tutta questa casa, risvegliata dal suo lungo sonno come il palazzo della Bella del bosco dormente, viveva, cantava, si rallegrava, a guisa di quelle case che noi abbiamo lungamente predilette, e nelle quali, quando per disgrazia le abbandoniamo, vi lasciamo una metà dell’anima nostra. I domestici andavano e venivano allegri in quella bella corte; gli uni possessori delle cucine, e scorrendo come se avessero sempre abitata questa casa, sopra scale restaurate il giorno innanzi; gli altri popolavano le rimesse, ove le carrozze, numerate e fissate, sembravano installate da 50 anni, e le scuderie ove i cavalli schierati alle rastrelliere rispondevano col loro nitrito ai palafrenieri che parlavano ad essi infinitamente con maggior rispetto di quello che molti domestici parlino coi loro padroni. La biblioteca era distribuita in due scansie, alle due pareti laterali di una camera, e conteneva circa due mila volumi: tutto un compartimento era destinato ai romanzi moderni, e quello che aveva veduta la luce il giorno innanzi, era già collocato al suo posto, pavoneggiandosi nella sua legatura rossa e oro. Dall’altra parte della casa, e facendo simmetria alla biblioteca, v’era la stufa, ripiena di piante rare che si rallegravano di trovarsi in gran vasi del Giappone, e in mezzo ad essa, meraviglia ad un tempo degli occhi e dell’odorato, un bigliardo che si sarebbe detto abbandonato da meno d’un’ora dai giuocatori, che avevano lasciato morire i birilli sul tappeto. Una sola camera era stata rispettata dal magnifico Bertuccio. Davanti ad essa, situata all’angolo del primo piano, ed a cui si poteva salire dalla scala maggiore, e discendere dalla scala segreta, i domestici passavano con curiosità, e Bertuccio con terrore.
Il conte arrivò alle cinque precise, seguito da Alì, davanti alla casa d’Auteuil. Bertuccio aspettava quest’arrivo, con una impazienza mista ad inquietudine, egli sperava qualche congratulazione di approvazione, mentre ne temeva l’aggrottamento delle sopracciglia.
Monte-Cristo disceso nel cortile, percorse tutta la casa, e fece un giro nel giardino, silenzioso, e senza dare il minimo segno nè di approvazione nè di mal contento.
Soltanto entrando nella sua camera da dormire, situata dalla parte opposta della camera chiusa, stese la mano al cassetto di un piccolo mobile di legno rosa, che aveva già osservato nel primo viaggio.
— Questo non può servire, diss’egli, che a mettervi dei guanti.
— Infatto, eccellenza, rispose tutto contento Bertuccio, aprite e vi troverete dei guanti. — Negli altri mobili ancora, il conte ritrovò quello che contava di ritrovarvi, bottiglie, sigari, bigiotterie ecc. — Bene! diss’egli ancora.