— Mi sembra d’altra parte, disse Danglars con un tuono rozzo mal nascosto da un sorriso villano, che abbiate cavalli bastanti.
Non era fra le abitudini della sig.ª Danglars il lasciar passare simili assalti senza rispondervi, e ciò non ostante con gran meraviglia dei giovani, ella fe’ sembiante di non capire e non rispose niente. Monte-Cristo sorrideva a questo silenzio, che annunziava una umiltà fuori dell’ordinario, mentre che mostrava alla baronessa due immensi vasi di porcellana della China, sui quali serpeggiavano delle vegetazioni marine di una grossezza, e di un lavoro tale, che la sola natura poteva avere queste ricchezze, questo materiale, questo genio.
La baronessa era maravigliata. — Eh! qui dentro si potrebbe piantare uno dei marroni delle Tuglierie, diss’ella, come mai hanno dunque potuto far cuocere simili enormità?
— Ah! signora, disse Monte-Cristo, non bisogna domandar questo a noi, fabbricanti di statuette, e di vetro appannato; è un’opera di altra età, è una specie d’opera dei genii della terra e del mare.
— E come mai, e di qual epoca può essere?
— Non lo so; soltanto ho inteso dire che un Imperatore della China aveva fatto costruire un forno espressamente, in cui un dopo l’altro, aveva fatto cuocere 12 vasi come questo. Due si ruppero sotto l’ardore del fuoco: gli altri furono calati a trecento braccia nel fondo del mare. Il mare, che sapeva ciò che richiedevasi da lui, gettò sur essi delle liane, contorse i suoi coralli, incrostò le sue conchiglie; il tutto fu cementato per 200 anni sotto queste profondità inaudite, poichè una rivoluzione rapì l’Imperatore che aveva voluto fare questo esperimento, e non lasciò che il processo verbale che constatava la cottura dei vasi, e la loro calata nel fondo del mare. Dopo 200 anni si ritrovò il processo verbale, e si pensò a cavare i vasi. I nuotatori andarono, sotto macchine fatte espressamente, alla scoperta nella baia ove erano stati gettati; ma di dieci non ne furono più ritrovati che tre, gli altri erano stati o dispersi, o rotti dai flutti. Io amo questi vasi, nel fondo dei quali qualche volta mi figuro che dei mostri di forme spaventose, e misteriose, come quelli che vedono i soli nuotatori quando si affondano molto, hanno fissato con meraviglia il loro sguardo sinistro e freddo, e nei quali hanno dormito delle miriadi di piccoli pesci che si rifugiavano per salvarsi dalla persecuzione dei loro nemici. — Durante questo tempo Danglars, poco amatore di curiosità, strappava distrattamente, l’uno dopo l’altro, i fiori di un magnifico arancio; quando ebbe finito quell’arancio, si volse ad un cactus; ma questo di un’indole meno tollerante dell’arancio, lo punse oltraggiosamente. Allora rabbrividì, e si strofinò gli occhi come se si svegliasse da un sogno.
— Signore, gli disse Monte-Cristo sorridendo, voi siete tanto amatore di quadri, ed avete delle cose magnifiche, non vi raccomando perciò i miei, però, ecco due Hobbema, un Paolo Potter, un Mieris, due Gérard Dow, un Raffaello, un Van Dyck, un Zurbaran, e due o tre Murillo, degni di esservi presentati.
— Guarda! disse Debray, un Hobbema che io riconosco.
— Ah! davvero! — Sì, vennero a proporlo al Museo.
— Che non ne ha, credo? arrischiò di dire Monte-Cristo.