— No, e ciò non ostante ha rifiutato di comprarlo.
— E perchè? domandò Château-Renaud.
— Siete grazioso; perchè il governo non è abbastanza ricco.
— Ah! perdono, disse Château-Renaud. Io sento dire simili cose tutti i giorni da otto anni e non mi vi posso abituare.
— Sarà per l’avvenire, disse Debray.
— Non lo credo, rispose Château-Renaud.
— Il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, il conte Andrea Cavalcanti, annunziò Battistino.
Un colletto di raso nero che usciva dalle mani del fabbricante, una barba fatta di recente, due baffi grigi, un occhio sicuro, un abito da maggiore adorno di tre placche e cinque croci, in somma una tenuta irreprensibile di vecchio soldato, tale apparve il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, quel tenero padre che noi conosciamo. Vicino a lui, coperto di abiti nuovi, si avanzava col sorriso sulle labbra il conte Andrea Cavalcanti, quel rispettoso figlio che egualmente conosciamo. I tre giovani parlavano insieme, i loro sguardi si portavano dal padre al figlio, e si fermarono naturalmente più lungo tempo su questo ultimo, cui particolarmente esaminarono.
— Cavalcanti! fece Debray. — Un bel nome, disse Morrel, capperi! — Sì, disse Château-Renaud, è vero, questi Italiani hanno bei nomi, ma vestono male.
— Siete difficile a contentare, riprese Debray, i suoi abiti sono di un eccellente sartore, e affatto nuovi.