— Signore, diss’egli, dal vostro interrogatorio risultano a vostro danno i sospetti più forti: io non sono dunque padrone come aveva poco fa sperato, di mettervi in libertà in questo medesimo punto, debbo prima prendere questa misura, consultare il giudice d’istruzione. Frattanto voi avete veduto come vi ho trattato. — Oh! sì, signore; gridò Dantès, vi ringrazio poichè siete stato per me più che un giudice, un amico. — Ebbene vi tratterò ancora per qualche tempo prigioniero il men che mi sarà possibile; la principale accusa contro di voi è questa lettera, e... vedete... — Villefort si avvicinò al caminetto, gettò la lettera nel fuoco e restò immobile fino a che fu ridotta in cenere. — E vedete, continuò egli, io l’ho annientata.
— Oh! gridò Dantès, signore, voi siete più che la giustizia, voi siete la stessa bontà. — Ma ascoltatemi, continuava Villefort, dopo quest’atto, voi comprendete bene che potete avere tutta la confidenza in me, n’è vero? — Ah! signore, ordinate, ed io eseguirò i vostri ordini. — No, disse Villefort avvicinandosi al giovinotto, non sono ordini che io voglio darvi, voi capirete, sono consigli. — Dite, io mi conformerò come fossero ordini. — Vi farò trattenere fino a questa sera al palazzo di giustizia: forse tutt’altri che io, verrà ad esaminarvi. Dite tutto ciò che avete detto a me, ma non dite una parola su quella lettera. — Io ve lo prometto, o signore.
Era Villefort che sembrava supplicare, era l’accusato che attutava il giudice.
— Voi capirete, diss’egli gettando uno sguardo sulle ceneri che conservavano ancora la forma della carta, e che venivano alzate in aria ed agitate dalla fiamma, ora che questa lettera è annientata, voi ed io sappiamo soltanto che vi sia stata, essa non vi sarà più ripresentata, negatela arditamente, e con questo mezzo soltanto siete salvo. — Io negherò, signore, siate tranquillo, disse Dantès. — Bene, bene, rispose Villefort portando la mano al cordone del campanello. Poi fermandosi al momento che stava per suonare: — Questa era la sola lettera che voi aveste? diss’egli. — La sola. — Giuratelo. — Dantès stese la mano: — Lo giuro. — Il campanello suonò, il commissario di Polizia entrò. Villefort si avvicinò al pubblico ufficiale e gli disse qualche parola all’orecchio. Il Commissario rispose con un semplice segno di testa. — Seguitelo, signore, disse Villefort a Dantès. — Dantès s’inchinò, gettò un ultimo sguardo di riconoscenza a Villefort ed uscì. Non appena la porta fu chiusa dietro lui, che le forze mancarono a Villefort, e cadde quasi svenuto sul suo seggio. Poi dopo un momento: — Oh! mio Dio, da che dipende la vita e la fortuna? se il procuratore del Re fosse stato a Marsiglia, se il giudice d’istruzione fosse stato chiamato in mia vece, ora sarei perduto. Questo foglio, questo maledetto foglio mi precipitava nell’abisso. Ah! padre mio, padre mio, sarete voi dunque sempre un ostacolo alla mia felicità in questo mondo? e dovrò io lottare eternamente col vostro passato? — Poi di repente una luce inattesa parve passare innanzi al suo spirito, e gli rischiarò il viso; un sorriso gli balenò sulle labbra ancora corrugate, gli occhi stravolti divennero fissi, e parvero fermarsi sopra un pensiero. — Sì, diss’egli, sì, questa lettera che doveva perdermi, farà forse la mia fortuna. Andiamo, Villefort, all’opera! — E dopo essersi assicurato che l’accusato non era più nell’anticamera, il Sostituto al procuratore del Re uscì a sua volta, e s’incamminò prestamente verso la casa della sua fidanzata.
VIII. — IL CASTELLO D’IF.
Attraversando l’anticamera, il commissario di polizia fece un segno a due gendarmi, i quali si posero uno a dritta e l’altro a sinistra di Dantès; fu aperta una porta che comunicava dal quartiere del procuratore del Re al palazzo di giustizia, e continuarono per qualche tempo in uno di quei lunghi corridoi che fanno tremare quelli che vi passano, anche quando non hanno alcun motivo di tremare. Nello stesso modo che l’appartamento di Villefort comunicava col palazzo di giustizia, il palazzo di giustizia comunicava colla prigione, tetro monumento addossato al palazzo e che guarda in modo strano da tutte le sue aperture guarnite di sbarre il campanile degli Accoules che sorge avanti ad esso. Dopo una quantità di voltate nel corridoio che percorreva, Dantès si vide innanzi una porta col catenaccio di ferro: il commissario di polizia battè col martello tre colpi che si ripercossero per Dantès come se gli fossero stati battuti sul cuore. La porta si aprì, i due gendarmi spinsero leggermente il prigioniero che esitava; Dantès oltrepassò il limitare terribile, e la porta tosto si rinchiuse con fracasso dietro a lui. Egli respirava un’altr’aria, un’aria mefitica e pesante; era l’aria della prigione.
Venne condotto in una camera abbastanza pulita ma con l’inferriata a catenaccio. Ne resultò che l’aspetto della sua nuova dimora non gli cagionò gran timore. D’altra parte le parole del Sostituto al procuratore del Re, pronunciate con una voce che era sembrata a Dantès così soave, risuonavano al suo orecchio come una dolce promessa di speranza. Erano già quattr’ore da che Dantès era stato introdotto in quella camera. Eravamo come abbiamo detto al primo di marzo, ed il giorno declinando presto, il prigioniero si trovò di un subito nella notte. Allora il senso dell’udito si aumentò in lui, a misura che quello della vista andava a spegnersi. Al più piccolo rumore che perveniva fino a lui, convinto che sarebbe stato messo in libertà, si alzava velocemente e faceva un passo verso la porta. Ben presto il rumore andava a perdersi in un’altra direzione, e Dantès ricadeva sullo sgabello. Finalmente, verso le dieci della sera al momento in cui Dantès cominciava a perdere la speranza, un nuovo rumore si fece udire e questa volta gli sembrava diretto verso la sua camera. Infatti dei passi rimbombarono nel corridoio e si fermarono avanti la sua porta. Una chiave girò due volte nella serratura, i catenacci cigolarono, la massiccia barriera di quercia si aprì lasciando penetrare ad un tratto nella oscura camera l’abbagliante luce di due ceri. A questa luce Dantès vide brillare le sciabole ed i moschetti di quattro gendarmi. Egli aveva fatto due passi in avanti; rimase immobile al suo posto vedendo quest’aumento di forza. — Venite voi a cercar me? domandò Dantès. — Sì, rispose uno dei gendarmi. — Per parte del signor Sostituto al procuratore del Re? — Ma... così credo....
— Bene, disse Dantès, sono pronto a seguirvi.
La convinzione che si veniva a cercarlo per parte di Villefort, toglieva ogni timore all’infelice giovinotto. Egli si avanzò dunque con ispirito tranquillo, con andamento libero, e si pose da sè stesso nel mezzo della scorta. Una carrozza aspettava alla porta di strada, il cocchiere era al suo posto, un esente era assiso presso il cocchiere. — È dunque per me questa carrozza? domandò Dantès. — È per voi, rispose uno dei gendarmi, e salite. — Dantès volle fare qualche osservazione, ma lo sportello si aprì, sentì che era spinto. Egli non aveva nè la possibilità nè la sola intenzione di far resistenza. Si trovò in un momento assiso nel fondo della carrozza fra due gendarmi; gli altri due sederono nel posto davanti, e la pesante macchina si mise in moto con un sinistro rumore. Il prigioniero volse gli occhi sulle aperture, esse erano chiuse coi graticci; ei non aveva fatto che cambiar di prigione, soltanto questa scorreva, e lo trasportava verso una meta non conosciuta. Attraverso le sbarre, chiuse in modo da lasciarvi appena passare la mano, Dantès riconobbe ciò non pertanto che si passava per la strada Caisserie e che dalle strade S. Laurent, e Tamaris si discendeva verso lo scalo. Ben tosto vide attraverso le sue sbarre, e quelle del monumento presso il quale si ritrovava, brillare i lumi della Consigne. La carrozza si fermò; l’esente discese e si avvicinò al corpo di guardia; una dozzina di soldati uscirono e si disposero in due file in modo da formare un viale. Dantès vedeva al chiarore dei riverberi dello scalo rilucere i loro moschetti. Sarebbe egli per me, si domandava, che si spiega una simil forza militare? L’esente, aprendo lo sportello della carrozza che era stato chiuso a chiave, quantunque non pronunziasse una parola, dette la risposta alla domanda che si era fatta Dantès, perchè vide fra le due file di soldati il sentiero che era stato preparato per lui dalla carrozza al porto. I due gendarmi, seduti nel posto davanti, furono i primi a discendere, poscia fu fatto discender lui, e finalmente quelli che prima gli stavano ai fianchi; si diressero verso una barchetta, che un marinaio di dogana teneva. I soldati osservavano Dantès passare con una stupida curiosità. In un momento egli fu messo a posto alla poppa del battello, sempre fra i quattro gendarmi, nel mentre che l’esente si teneva a prua. Una scossa violenta staccò il battello dalla riva e quattro vigorosi rematori vogarono verso il Pilon. Ad un grido partitosi dalla barca la catena che chiude il porto si abbassò, e Dantès si trovò nel luogo detto Frioul, vale a dire fuori del porto. Il primo movimento del prigioniero ritrovandosi all’aria aperta era stato un movimento di gioia. L’aria è quasi la libertà! Egli respirò adunque a pieni polmoni quella brezza vivace che porta sulle sue ali tutti gli olezzi sconosciuti della notte e del mare. Indi a poco mandò fuori un sospiro: passava avanti l’osteria della Réserve ove era stato sì felice la stessa mattina nell’ora che aveva preceduta quella del suo arresto, e attraverso la chiara apertura di due finestre, giunse fino a lui il lieto rumore di un ballo. Dantès incrociò le mani, levò gli occhi al cielo e pregò. La barca continuava il suo cammino, aveva già oltrepassata la Testa di Moro: era in faccia all’ansa del Faro, ed andava a bordeggiare di fianco alla batteria: questa era una manovra incomprensibile per Dantès. — Ma dove mi conducete voi? domandò egli. — Lo saprete ben presto. — Ma pure... — Ci è proibito di darvi alcuna spiegazione.
Dantès era per metà soldato; fare delle domande a subordinati ai quali era proibito di rispondere, gli parve una cosa assurda e si tacque. Allora i pensieri più strani gli passarono per la mente, come non si poteva fare una lunga navigazione con una simile barchetta, come non vi era alcun bastimento all’ancora nella parte verso cui si dirigevano, egli pensò che sarebbe stato depositato sur un punto lontano della costa per dirgli che era libero: egli non era incatenato, non era stato fatto alcun tentativo per mettergli le manette, e ciò gli era sembrato di buon augurio. D’altronde il Sostituto così eccellente per lui non gli aveva detto che qualora non pronunziasse una parola sulla lettera diretta a Noirtier, egli non aveva nulla a temere? Villefort, non aveva in sua presenza annientata la pericolosa lettera unica prova contro di lui? egli aspettava adunque, muto e pensieroso, e cercava di fendere coll’occhio da marinaio esercitato alle tenebre, e assuefatto allo spazio, la oscurità della notte. Lasciata a destra l’isola Ratonneau su cui riluceva il Faro, e sempre costeggiando erano arrivati all’altezza del seno dei Catalani. Là, gli sguardi del prigioniero raddoppiarono di energia: era là che stava Mercedès e gli sembrava ad ogni momento vedere delinearsi sulla riva oscura la forma vaga ed indecisa di una donna. Come mai un presentimento non diceva allora a Mercedès che il suo amante passava in quel momento a trecento passi lontano da lei? Un sol lume brillava ai Catalani. Studiando la posizione di questo lume, Dantès riconobbe che esso rischiarava la camera della sua fidanzata. Mercedès era la sola che vegliava in tutta la piccola colonia. Alzando un grido poteva il giovinotto essere inteso dalla sua fidanzata: una falsa vergogna lo trattenne; che direbbero coloro che lo custodivano sentendolo gridare come un insensato? egli restò dunque muto cogli occhi fissi su quel lume. Frattanto la barca continuava il suo cammino; ma il prigioniero non pensava punto alla barca, egli pensava a Mercedès. Una situazione del terreno fece scomparire il lume. Dantès si voltò e vide allora che la barca prendeva il largo. Nel mentre che egli guardava il lume, assorto nei propri pensieri, non si era avveduto che ai remi erano state sostituite le vele, e che la barca camminava spinta dal vento. Ad onta della repugnanza che provava Dantès a fare delle nuove interrogazioni al gendarme, egli si appressò a lui e stringendogli la mano gli disse — Gendarme, in nome della vostra coscienza, e per la vostra qualità di soldato, io vi scongiuro ad aver pietà di me e di rispondermi. Io sono il capitano Dantès, leale e buon francese, quantunque accusato di non so qual tradimento, ove mi conducete? ditelo, e sulla fede di marinaio io mi adatterò al mio dovere, e mi rassegnerò al mio destino.