Il gendarme si grattò l’orecchio, e guardò il suo camerata. Questi fece un movimento, quasi avesse voluto dire: «mi sembra che al punto in cui siamo non vi sia a temere alcun inconveniente». Il gendarme allora si rivoltò verso Dantès e gli disse: — Voi siete Marsigliese e marinaio e domandate a me dove andiamo? — Sì, poichè sul mio onore non lo so. — Non ne avete alcun sospetto? — Alcuno. — È impossibile! — Io ve lo giuro per quanto vi è di più sacro al mondo. Rispondetemi adunque di grazia! — Ma la consegna? — La consegna non vi proibisce di dirmi ciò che saprò fra dieci minuti, fra una mezz’ora, forse fra un’ora; soltanto voi mi risparmierete di qui a là dei secoli d’incertezza. Io ve lo domando come se voi foste un mio amico. Osservate, io non voglio nè rivoltarmi nè fuggire; d’altra parte non lo posso. Su via, ove andiamo noi? — Ammenochè non abbiate la benda agli occhi o non siate mai uscito dal porto di Marsiglia, dovete ora indovinare ove andiamo. — Eppure...

— Allora guardate attorno a voi. — Dantès si alzò, tese naturalmente lo sguardo verso il punto a cui sembrava dirigersi il battello, e vide cento tese lontano innalzarsi la nera e scoscesa roccia sulla quale è posta come una superfetazione di silce il nero castello d’If. Questa forma strana, questa prigione ove regna un sì profondo terrore, questa fortezza che fa vivere da trecent’anni Marsiglia nelle sue lugubri tradizioni, compariva ad un tratto innanzi a Dantès che non pensava punto ad essa, e gli fece l’effetto che fa ad un condannato a morte la vista del patibolo. — Ah! mio Dio! gridò egli, il castello d’If! e che andiamo noi a far là?

Il gendarme sorrise. — Ma non sarò già condotto là per esservi imprigionato? continuò Dantès. Il castello d’If è una prigione di stato soltanto pei grandi colpevoli politici. Io non ho commesso alcun delitto. Vi sono forse dei giudici d’istruzione, dei magistrati qualunque al castello d’If? — Non vi sarà io suppongo, disse il gendarme, che un governatore, dei carcerieri, una guarnigione e delle ottime mura. Andiamo, andiamo, amico, non mi fate tanto il sorpreso, poichè in verità mi farete credere che voleste ricompensare la mia compiacenza col burlarvi di me.

Dantès strinse la mano del gendarme sì forte che pareva volesse infrangergliela. — Voi pretendete adunque che mi si conduca al castello d’If per esservi imprigionato? — Probabilmente, disse il gendarme; ma in ogni modo camerata, è inutile stringermi la mano così fortemente. — Senz’altre informazioni, senz’altra formalità? disse il giovinotto. — Le formalità sono compite, l’informazione è fatta. — Così ad onta della promessa del sig. de Villefort...

— Io non so se Villefort vi ha fatta una promessa, disse il gendarme, quello che so, si è che noi andiamo al castello d’If. Ebbene! che fate adesso? Olà camerati, a me!

Con un movimento pari al baleno, ma che però era stato preveduto dall’occhio esercitato del gendarme, Dantès aveva voluto slanciarsi in mare, ma quattro mani vigorose lo trattennero al momento in cui i suoi piedi lasciavano il piantito del battello. Egli ricadde nel fondo della barca urlando di rabbia.

— Bravo! gridò il gendarme, mettendogli un ginocchio sul petto, ecco come voi mantenete la vostra parola da marinaio! fidatevi delle persone melliflue! Ebbene, ora, mio caro, se fate un movimento, un sol movimento, io vi mando una palla nella testa, ho tradita la prima mia consegna, ma vi assicuro che non mancherò alla seconda. — E di fatto abbassò la sua carabina verso Dantès, che sentì appoggiarsi come un anello di gelo l’estremità della canna sulla tempia.

Un momento egli ebbe l’idea di eseguire il proibito movimento e di finirla così violentemente coll’inatteso infortunio che si era gettato sopra di lui coi suoi artigli d’avvoltoio; ma giusto perchè questa infelicità era inattesa, Dantès pensò che non poteva durare; gli tornarono al pensiero le promesse di Villefort; e poi bisogna anche dirlo, questa morte così nel fondo di un battello, dalle mani di un gendarme gli parve lurida e nuda. Egli ricadde adunque sul piantito della barca mandando un urlo di rabbia e rodendosi con furore le mani. Quasi nel medesimo momento un urto violento ripercosse il battello, uno dei battellieri saltò sulla roccia che era stata toccata dalla piccola barca, una corda si svolse dall’interno di una puleggia, Dantès s’accorse che erano arrivati, e che si ammarrava lo schifo. Infatti i suoi guardiani che lo tenevano ad un tempo e per le braccia, e pel colletto dell’abito, lo sforzarono di rialzarsi, lo costrinsero a discendere a terra, e lo trasportarono verso gli scalini che mettevano alla porta della cittadella, mentre che l’esente armato di moschetto colla baionetta li seguiva di dietro. Dantès del resto non fece più alcuna inutile resistenza; la sua lentezza proveniva più da inerzia che da opposizione. Egli era stordito e barcollava come un ubbriaco. Vide di nuovo i soldati che si schieravano sulla rapida china, sentì dei scalini che lo forzarono ad alzare i piedi, si accorse che passava sotto una porta, e che questa porta si chiudeva dietro di lui ma tutto ciò macchinalmente come attraverso di una densa nebbia senza distinguer nulla di positivo. Egli non vedeva neppur più il mare, questo immenso dolore dei prigionieri che guardano lo spazio col terribile sentimento che sono impotenti a superarlo. Vi fu una sosta di un momento durante la quale egli cercò di raccogliere i suoi spiriti. Egli guardò intorno a sè; era in un cortile quadrato formato da quattro grandi muraglie; si sentivano i passi lenti e regolari delle sentinelle ed ogni volta che esse passavano davanti al riflesso che veniva proiettato sulle muraglie dalla luce di due o tre lumi che ardevano nell’interno del castello, si vedeva scintillare la canna dei loro moschetti. Si attese dieci minuti circa. Certi che Dantès non poteva più fuggire lo avevano lasciato; sembrava che si aspettassero degli ordini, e questi ordini giunsero. — Ov’è il prigioniero? domandò una voce. — Eccolo, risposero i gendarmi. — Che mi segua; io lo condurrò al suo alloggio. — Andate! dissero i gendarmi dando una spinta a Dantès. Il prigioniero seguì la sua guida, che lo condusse difatti in una sala quasi sotterranea, le cui muraglie nude ed umide sembravano impregnate da un vapore di lagrime. Una specie di lampione, posato sopra uno sgabello ed il cui lucignolo nuotava in un grasso fetido illuminava le pareti di questo spaventoso soggiorno, e mostrava a Dantès il suo conduttore, che era una specie di carceriere subalterno, mal vestito e pur di lurido aspetto.

— Ecco la vostra camera per questa notte, diss’egli. È tardi ed il sig. Governatore è andato a letto; domani quando si sarà alzato, ed avrà conosciuti gli ordini che vi concernono, forse vi cambierà di domicilio. Frattanto eccovi del pane. Vi è dell’acqua in questa brocca, della paglia laggiù in quel cantone; insomma vi è tutto quello che un prigioniero può desiderare. Buona sera. — E prima che Dantès avesse pensato ad aprir la bocca per rispondergli, prima che avesse veduto ove il carceriere avesse posto il pane, prima che si fosse renduto conto della direzione ove stava la brocca, prima che avesse voltati gli occhi verso l’angolo ove lo aspettava quella paglia destinata a servirgli di letto, il carceriere aveva preso il lampione e chiudendo la porta aveva tolto al prigioniero quella luce incerta che gli aveva mostrato come al chiarore di un lampo le umide muraglie della sua prigione. Allora egli trovossi solo nelle tenebre e nel silenzio così muto e così tetro quanto le volte di cui egli sentiva il freddo agghiacciante abbassarsi sulla sua fronte che bruciava. Quando i primi raggi del giorno ebbero ricondotto un poco di luce in quest’antro, il carceriere ritornò coll’ordine di lasciare il prigioniero ove era. Dantès non aveva cambiato di luogo, una mano di ferro sembrava averlo inchiodato nello stesso posto in cui si era fermato entrando; soltanto il suo occhio profondo si nascondeva sotto una gran gonfiezza cagionata dall’umido vapore delle sue lagrime; egli era immobile e guardava il terreno. Aveva passata così tutta la notte, in piedi, senza dormire un solo istante; il carceriere si avvicinò a lui; gli girò attorno, ma Dantès non pareva vederlo, gli battè sulla spalla e Dantès rabbrividì scuotendo la testa. — Non avete dormito? domandò il carceriere.

— Non lo so, rispose Dantès.