Quanto ad Andrea Cavalcanti, egli raggiunse il suo tilbury, che l’aspettava davanti alla porta, e di cui un groom, che esagerava i comodi della moda inglese, gli teneva, rizzandosi sulla punta degli stivali, l’enorme cavallo grigio-ferro. Andrea non aveva parlato molto durante il pranzo, perchè era un giovine molto intelligente, e naturalmente aveva provato il timore di dire qualche sciocchezza in mezzo a convitati ricchi e possenti, fra i quali il suo occhio dilatato non discerneva senza qualche timore un procuratore del Re.
In seguito era stato accaparrato dal sig. Danglars, che dopo un rapido colpo d’occhio sul vecchio maggiore, dal collo intirizzito, e su suo figlio ancora un poco timido, e riavvicinando tutti questi sintomi dell’ospitalità di Monte-Cristo aveva pensato di aver che fare con qualche nababbo venuto a Parigi per perfezionare il suo unico figlio nella vita sociale. Egli aveva dunque contemplato con una indicibile compiacenza l’enorme diamante che brillava al dito mignolo del maggiore, poichè questi da uomo prudente ed esperimentato, per timore che non giungesse qualche disgrazia ai suoi biglietti di banca, li aveva subito dopo convertiti in un oggetto di valore. Poi dopo il pranzo, sempre sotto il pretesto d’industria e di viaggio, aveva interrogato il padre ed il figlio sulla loro maniera di vivere, e costoro prevenuti che su Danglars era stato aperto il loro credito, all’uno di 48 mila fr., all’altro quello annuale di 50 mila lire, erano stati graziosi e pieni di affabilità per il banchiere, ai domestici del quale, se non si fossero ritenuti, avrebbero stretta la mano, tanto la loro riconoscenza provava il bisogno di espandersi.
Una cosa soprattutto aumentò la considerazione, e direm quasi la venerazione di Danglars per Cavalcanti. Questi fedele al detto d’Orazio, non meravigliarti di nulla, si era contentato, come è stato veduto, di far prova di scienza nel dire da qual lago si estraevano le migliori lamprede; indi ne aveva mangiata la sua parte senza dire una parola. Danglars aveva da ciò concluso che queste specie di sontuosità erano familiari all’illustre discendente dei Cavalcanti, che forse a Lucca non mangiava che trote fatte venire dalla Svizzera, o raguste inviategli dalla Brettagna per mezzo di apparecchi simili a quelli di cui il conte si era servito per far venire le lamprede dal lago del Fusaro, e gli sterlet dal fiume Volga. Così egli accolse con una benevolenza pronunciatissima queste parole di Cavalcanti: — Domani, signore, avrò l’onore di farvi una visita per affari.
— Ed io signore, aveva risposto Danglars, sarò fortunato di ricevervi. — Su di che avea proposto a Cavalcanti, se però ciò non lo privava troppo di separarsi da suo figlio, di ricondurlo all’albergo dei Principi. Cavalcanti aveva risposto che da lungo tempo suo figlio aveva l’abitudine di condurre la sua vita indipendente; e che per conseguenza egli aveva i suoi cavalli, e le sue carrozze, e che, non essendo venuti insieme, non vedeva nessuna difficoltà perchè ritornassero divisi. Il maggiore era dunque salito nella carrozza di Danglars, ed il banchiere si era assiso al suo fianco, sempre più incantato delle idee di ordine, e dell’economia di quest’uomo, che pur dava a suo figlio 50 mila fr. l’anno, ciò che supponeva una fortuna di 5, o 6 mila lire di rendita.
Quanto ad Andrea, cominciò, per darsi aria, dal rimproverare il suo groom, perchè invece di venirlo a prendere alla scalinata, lo avesse aspettato alla porta del cortile, cosa che gli aveva procurato l’incomodo di fare una trentina di passi a piedi per cercare il suo tilbury.
Il groom ricevette il rimprovero con umiltà, colla mano sinistra prese il morso per trattenere il cavallo impaziente che batteva il terreno col piede, mentre con la destra offriva le redini ad Andrea, che le prese, e posò leggermente lo stivale verniciato sul montatoio. In questo momento una mano si appoggiò sulla sua spalla. Il giovine si volse indietro pensando che Danglars, o Monte-Cristo avessero dimenticato qualche cosa a dirgli, e ritornassero al momento di partire.
Ma invece dell’uno o dell’altro non iscoprì che una strana figura; arsa dal sole, circondata da una barba da modello con occhi brillanti come carboni accesi, ed un sorriso ironico apparso sopra una bocca su cui brillavano, disposti in ordine, e senza che ne mancasse alcuno, 32 denti bianchi, acuti, ed allineati come quelli di un lupo o di una iena.
Un fazzoletto a quadrati rossi copriva questa testa con capelli grigiastri e terrei, una giacca delle più sporche e stracciate copriva questo gran corpo magro ed osseo, di cui sembrava che le ossa, come quelle di uno scheletro, dovessero scricchiolare camminando; finalmente la mano che si appoggiava sulla spalla d’Andrea, e che fu la prima cosa che vide il giovine, gli parve di una dimensione gigantesca.
Andrea riconobbe questa figura al chiarore della lanterna del suo tilbury, ovvero fu soltanto colpito dall’orribile aspetto di questo interlocutore? non saprem dirlo; ma il fatto è che egli fremette, ed indietreggiò vivamente:
— Che pretendete da me? diss’egli.