Monte-Cristo la salutò e si avvicinò alla sig.ª de Villefort.

— Credo che la sig.ª Danglars abbia ancora bisogno della vostra boccettina, diss’egli.

Ma prima che la sig.ª de Villefort si fosse avvicinata alla sua amica, il procuratore del Re aveva già detto all’orecchio della sig.ª Danglars: — Bisogna che io vi parli.

— Quando? — Domani. — Dove?

— Al mio ufficio, al tribunale, se volete, quello è ancora il luogo più sicuro. — Vi verrò.

In questo momento si avvicinò la sig.ª de Villefort.

— Grazie, mia cara amica, disse la sig.ª Danglars provando di sorridere, non ho più niente, mi sento assai meglio.

LXIII. — IL MENDICO.

La serata s’inoltrava; la sig.ª de Villefort aveva manifestato il desiderio di ritornare a Parigi, il che non aveva osato di fare la sig.ª Danglars, ad onta del mal’essere evidente che provava. Alla domanda di sua moglie, il sig. de Villefort dette pel primo il segnale della partenza: offrì un posto nel suo landau alla sig.ª Danglars, affinchè fosse assistita dalle cure di sua moglie. Quanto al sig. Danglars, assorbito in una delle conversazioni più importanti d’industria col sig. Cavalcanti, non fece alcuna attenzione a tutto ciò che accadeva. Monte-Cristo, mentre domandava la boccettina alla sig.ª de Villefort, aveva notato che il sig. Villefort si era avvicinato alla sig.ª Danglars, e, guidato dalla situazione, aveva indovinato ciò che le aveva detto, quantunque avesse parlato tanto a bassa voce che era molto se la sig.ª Danglars stessa lo aveva inteso.

Egli lasciò partire, senza opporsi ad alcun accomodamento, Morrel, Debray, e Château-Renaud a cavallo, e montare le due dame nel landau del sig. de Villefort; dal suo lato Danglars, di più in più incantato di Cavalcanti padre, lo invitò a salire con lui nel suo coupé.