— Ebbene, disse Château-Renaud, io non mi sbagliava adunque quando poco fa pretendeva che le cose avevano un’anima, ed un viso come gli uomini, e che esse portavano sulla loro fisonomia il riverbero dei loro intestini. La casa era trista perchè aveva dei rimorsi, essa aveva dei rimorsi perchè nascondeva un delitto.
— Oh! chi dice che sia stato un delitto? riprese Villefort tentando un ultimo sforzo.
— Come! un fanciullo seppellito vivo in un giardino, non è un delitto? gridò Monte-Cristo. Come chiamate voi quest’azione, sig. procuratore del Re?
— Ma chi dice ch’egli fu seppellito vivo?
— Perchè seppellirlo là, se era morto? questo giardino non è stato mai un cimitero.
— Qual è la pena per gl’infanticidi in questo paese? domandò ingenuamente il maggiore Cavalcanti.
— Oh mio Dio! si taglia loro semplicemente il collo, rispose Danglars.
— Ah! si taglia loro il collo, fece Cavalcanti.
— Lo credo... n’è vero sig. de Villefort? domandò Monte-Cristo.
— Sì, signor conte, rispose questi con un accento che non aveva più dell’umano. — Monte-Cristo vide che questo era tutto quel che potevasi sopportare dai due individui pei quali era stata preparata questa scena, e non volendo spinger le cose più oltre: — Ma il caffè, signori, disse egli; mi sembra che lo dimentichiamo. — E ricondusse i convitati verso la tavola posta nel mezzo del praticello. — In verità, sig. conte, disse la sig.ª Danglars, ho vergogna di confessare la mia debolezza, ma tutte queste storie spaventose mi hanno atterrita; vi prego lasciarmi sedere. — Ed ella cadde sopra una sedia.