— Nelle segrete. Bisogna mettere i pazzi coi pazzi.

I quattro soldati s’impadronirono di Dantès, che cadendo in una specie di atonia, li seguì senza resistenza, gli furono fatti discendere quindici scalini, dopo i quali fu aperta una segreta in cui entrò mormorando: — Egli ha ragione, bisogna mettere i pazzi coi pazzi! — La porta fu chiusa e Dantès camminò con le mani stese innanzi a sè fino a che urtò nel muro, allora si assise in un angolo e restò immobile, nel mentre che i suoi occhi, abituandosi un poco per volta all’oscurità cominciarono a distinguere gli oggetti. Il carceriere aveva ragione, mancava ben poco a Dantès per divenire pazzo.

IX. — LA SERA DEGLI SPONSALI.

Villefort, come abbiam detto, aveva ripreso la strada del Gran Corso e rientrando in casa del marchese di S. Méran, trovò i convitati che avevano lasciata la tavola ed erano passati nella sala di conversazione a prendere il caffè. Renata lo attendeva con una impazienza divisa da tutto il resto della società. Fu egli perciò accolto da una esclamazione generale.

— Ebbene! taglia teste, sostegno dello Stato, Bruto regio, gridò uno, che abbiamo di nuovo? sentiamo. — Siamo noi minacciati nuovamente dal regime del terrore? diss’un altro — Il lupo della Corsica è uscito dalla sua caverna? chiese un terzo.

— Signora marchesa, disse Villefort accostandosi alla sua futura suocera, vi prego volermi perdonare se sono costretto di lasciarvi così... Signor marchese, potrò io avere l’onore di dirvi una parola in disparte?

— Ah! dunque si tratta di un affare grave? domandò la marchesa, vedendo oscurarsi la fronte di Villefort.

— Tanto grave, che son costretto a prendere un congedo di qualche giorno da voi. Così, continuò egli volgendosi a Renata, vedete bene se bisogna che sia veramente un affare serio!

— Voi partite? gridò Renata, incapace di nascondere l’emozione che le cagionava questa inattesa novella.

— Ahimè! sì, rispose Villefort, è indispensabile.