— Avete ragione! gridò Danglars alzandosi con vivacità, scriverò oggi stesso. — Fatelo. — Vado a scrivere.

— E se avete qualche notizia scandalosa...

— Ve la comunicherò.

— Mi farete un piacere

Danglars si slanciò fuori dell’appartamento, e non fece che un balzo fino alla sua carrozza.

LXVI. — Il GABINETTO DEL PROCURATOR DEL RE.

Lasciamo il banchiere ritornare a gran trotto e seguiamo la sig.ª Danglars nella sua escursione: ella mezz’ora dopo mezzo giorno, aveva ordinati i cavalli, ed era uscita in carrozza. Si diresse dalla parte del sobborgo San Germano, prese la strada della Senna, e fece fermare al passaggio del Ponte-nuovo, ivi discese, e traversò il passaggio. Era vestita con molta semplicità, come si conviene ad una donna di buon genere che esce la mattina. In Strada Génégaud, montò in una vettura da nolo indicando come termine della sua corsa la strada Harlay. Appena entrata in carrozza, levò di saccoccia un velo nero molto fitto, che attaccò al suo cappello di paglia; quindi si rimise il cappello in testa, e vide con piacere, guardandosi in un piccolo specchio tascabile, che non si poteva discernere di lei che la pelle bianca, e la pupilla scintillante. La carrozza prese pel Ponte-nuovo ed entrò per la piazza Dauphine nel cortile di Harlay; fu pagata nell’aprire la portiera, e la sig.ª Danglars, slanciandosi verso la scala, che salì con leggerezza, giunse ben presto alla sala dei Passi-Perduti. Quella mattina v’erano molti affari, ed ancora molta più gente affaccendata al Palazzo.

Le persone affaccendate non guardano molto le donne; la sig.ª Danglars traversò adunque la sala senz’essere osservata più di altre dieci donne che stavano ad aspettare i loro avvocati.

Vi era folla nell’anticamera del sig. de Villefort, ma la sig.ª Danglars non ebbe neppure il bisogno di pronunciare il suo nome; tosto che apparve, un usciere si alzò, venne a lei, le chiese se fosse la persona a cui il sig. procuratore del Re aveva dato convegno, e sulla sua risposta affermativa, la condusse, per un corridoio riservato, nel gabinetto del sig. de Villefort. Il magistrato, seduto sopra un seggio, scriveva tenendo le spalle voltate alla porta; la intese aprirsi, e l’usciere pronunciare queste parole: «Entrate, signora.» La porta si rinchiuse senza che avesse fatto il più piccolo movimento; ma tosto che sentì allontanarsi il rumore dei passi dell’usciere, si voltò prestamente, mise il catenaccio, tirò le tende, e visitò tutti gli angoli del gabinetto. Quindi, allorchè ebbe acquistata la certezza che non poteva essere nè veduto nè udito da alcuno: — Grazie, signora, diss’egli, grazie della vostra esattezza. — E le offrì una sedia che la sig.ª Danglars accettò, perchè il cuore le batteva tanto fortemente che si sentiva vicino a soffocare.

— Ecco, disse il procuratore del Re sedendo egli pure, e facendo descrivere un mezzo cerchio al suo seggio in modo da trovarsi dirimpetto alla sig.ª Danglars, ecco passato ben lungo tempo, signora, che non ho avuto la fortuna di parlare da solo con voi, e con mio sommo dispiacere ci ritroviamo per intavolare una conversazione molto dolorosa.