— Mio Dio! mi spaventate! ma n’importa, vi ascolto.

— Sapete come passò quella notte dolorosa, in cui voi eravate spirante sul vostro letto, in quella camera di damasco rosso, mentre ch’io, non meno anelante di voi, aspettava la vostra liberazione. Il fanciullo nacque, mi fu consegnato, senza movimenti, senza respirazione, senza voce: noi lo credemmo morto.

La sig.ª Danglars fece un movimento rapido, come se avesse voluto slanciarsi dalla sedia. Ma Villefort la fermò giungendo le mani, come per implorarne l’attenzione:

— Noi lo credemmo morto, ripetè egli; io lo misi in una cassetta che doveva tenergli luogo di bara; discesi in giardino, scavai una fossa, e ve lo seppellii in fretta. Terminava appena di coprirlo di terra, che il braccio del Corso si stese contro di me. Vidi come un’ombra drizzarsi, come un lampo sfolgorare. Sentii un dolore, volli gridare, un agghiacciato brivido mi percorse tutte le membra, e mi serrò la gola... Caddi moribondo, e mi credei ucciso: non dimenticherò mai il vostro sublime coraggio, quando, ritornato in me, mi trascinai spirante fino ai piè della scala, ove, spirante voi pure, veniste incontro a me. Necessitava custodire il silenzio sulla terribile catastrofe; voi aveste il coraggio di ritornare in casa vostra, sostenuta dalla vostra balia; un duello fu il pretesto della mia ferita. Contr’ogni aspettativa, il silenzio ci fu mantenuto, fui trasportato a Versailles, per tre mesi lottai colla morte; finalmente, quando sembrò che mi riattaccassi alla vita, mi fu ordinato il sole e l’aria del Mezzogiorno. Quattro uomini mi portarono da Parigi a Châlons, facendo sei leghe il giorno. La sig.ª de Villefort seguiva la barella nella sua carrozza. A Châlons fui imbarcato sulla Saona, quindi passai sul Rodano, e per la sola forza della corrente discesi fino ad Arles, poi da Arles ripresi la lettiga e continuai la strada per Marsiglia. La mia convalescenza durò sei mesi; non sentiva più parlare di voi, non osava informarmi di ciò che n’era avvenuto. Quando ritornai a Parigi sentii che, vedova del sig. de Nargonne, avevate sposato il sig. Danglars. A qual cosa aveva sempre pensato dal momento che ricuperai la conoscenza? incessantemente alla stessa cosa, a quel cadavere di fanciullo, che ciascuna notte nei miei sonni sorgeva dal seno della terra, e si fermava al di sopra della fossa minacciandomi collo sguardo e col gesto. Per cui, appena ritornato a Parigi m’informai, la casa non era stata frequentata nè visitata da alcuno dal momento che ne eravamo usciti, ma era stata data in fitto per nove anni. Andai a ritrovare quegli che l’aveva presa in fitto, finsi di avere un gran desiderio di non veder passare in mani estranee una casa che apparteneva al padre ed alla madre di mia moglie, offersi una buona uscita perchè fosse rotta la scrittura, mi fu chiesto seimila fr., ne avrei dati diecimila, pur ventimila. Li aveva indosso, feci soscrivere su due piedi la rinunzia; quindi, allorchè fui possessore di questa tanto desiderata cessione, partii al galoppo per Auteuil. Nessuno era entrato nella casa dal momento che ne era uscito io. Erano le cinque dopo mezzogiorno, salii nella camera rossa ed aspettai la notte.

«Là, tutto ciò che io mi ripeteva da un anno nella continua mia agonia, si rappresentò al mio pensiero molto più minaccioso che mai. Questo Corso che mi aveva dichiarata la sua vendetta, che mi aveva seguito da Nimes a Parigi, questo Corso che era nascosto nel giardino, che mi aveva ferito, aveva certamente veduto scavare la fossa, mi aveva veduto seppellire il fanciullo, egli poteva giungere a conoscervi, forse vi conosceva già... non vi avrebbe un giorno fatto pagare il segreto di questo terribile affare?... non sarebbe stata questa per lui una ben dolce vendetta, quando avesse saputo che io non ero morto della sua pugnalata? era dunque urgente che prima di ogni altra cosa, con qualunque siasi rischio, facessi sparire le tracce di questo fatto passato, che ne distruggessi le materiali vestigia; vi sarebbe sempre rimasta abbastanza realtà nella mia memoria; per ciò aveva fatto annullare la scrittura, per ciò era venuto, per ciò io aspettava. Giunse la notte, la lasciai bene oscurare; io era senza lume in quella camera, dove i soffi del vento agitavano il cortinaggio, dietro il quale mi pareva sempre vedere nascondersi qualche spia; a quando a quando fremevo, mi sembrava dietro a me, e in quel letto, sentire i vostri lamenti, non osava voltarmi. Il cuore batteva nel silenzio, ed io lo sentiva battere sì violentemente, che credeva che si sarebbe riaperta la mia ferita; finalmente intesi spegnersi gli uni dopo gli altri tutti i rumori della campagna. Capii che non aveva più nulla a temere, che non poteva essere nè veduto nè inteso, e risolvetti di discendere.

«Ascoltate, Erminia, io mi credo tanto coraggioso, quanto un altro uomo; ma quando mi cavai dal petto questa piccola chiave della scala segreta, che aveva ritrovata nei miei abiti, che entrambi amavamo tanto, e che voi avete voluto attaccare ad un anello d’oro; allorchè aprii la porta, allorchè a traverso alla finestra vidi una pallida luna gettare sugli scalini a chiocciola una striscia di luce bianca simile ad uno spettro, mi rattenni al muro, fui vicino a gridare; mi sembrava di diventar matto. Finalmente giunsi a divenir padrone di me stesso. Discesi la scala, scalino per scalino; la sola cosa che non aveva potuto vincere era uno strano tremore che mi aveva preso le ginocchia: mi aggrappai alla rampa; se l’avessi lasciata un momento sarei precipitato.

«Giunsi alla porta di basso; al di fuori di essa una zappa era appoggiata al muro; la presi, e m’inoltrai verso il gruppo d’alberi: mi era munito di una lanterna cieca; in mezzo al prato mi fermai per accenderla, indi continuai il cammino. Novembre stava per finire, tutta la verdura del giardino era sparita, gli alberi non erano più che scheletri con lunghe braccia scarne, e le morte foglie rumoreggiavano con la sabbia sotto i miei piedi.

«Lo spavento mi colpì sì fortemente il cuore che nell’avvicinarmi agli alberi cavai una pistola di tasca e la caricai: credeva sempre vedere la figura del Corso comparire a traverso dei rami. Osservai nei luoghi più folti con la lanterna cieca; essi erano vuoti. Gettai gli occhi ovunque intorno a me, io era realmente solo; nessun rumore turbava il silenzio della notte, se non il canto di una civetta. Attaccai la lanterna ad un ramo forcuto che aveva già notato un anno avanti, nella stessa direzione ove mi fermai per iscavare la fossa. L’erba durante l’estate era cresciuta moltissimo in questo luogo, e, giunto l’autunno, nessuno era là venuto per tagliarla. Però un luogo meno fornito attirò la mia attenzione; era evidente che là io voltai la terra: mi misi all’opera. Era finalmente giunta quell’ora che aspettavo da un anno! Ma come speravo, come lavoravo, come esaminavo ogni zolla di terra, credendo sentire della resistenza all’estremità della mia zappa; niente! eppure aveva fatto una buca due volte più grande della prima. Credetti di essermi ingannato, di avere sbagliato il posto; mi orizzontai, guardai gli alberi, cercai di riconoscere i particolari che mi avevano colpito. Una brezza fredda ed acuta fischiava a traverso i rami spogliati, e ciò non pertanto il sudore mi grondava dalla fronte. Mi ricordai che avevo ricevuto il colpo di pugnale nel momento che stava pestando la terra per fare sparire le tracce della fossa, mentre pestava questa terra mi appoggiava ad un falso ebano; dietro a me era una roccia artificiale destinata a servire da banco a chi passeggiava, perchè cadendo la mia mano che aveva lasciata la zappa aveva sentito il freddo della pietra: caddi situandomi nella stessa posizione, mi rialzai, e mi rimisi a scavare allargando la fossa; niente, sempre niente: la cassetta non v’era più.

— La cassetta non v’era più! mormorò la sig.ª Danglars.

— Non crediate che mi limitassi a questo tentativo, esaminai tutto il dintorno; pensai che l’assassino avendo dissotterrata la cassetta, credendo che fosse un tesoro, avesse voluto impadronirsene, e l’avesse portata via, ma poi accorgendosi dell’errore avesse egli pure scavato una fossa, e ve l’avesse deposta; niente. Quindi mi venne l’idea che senza prendere tante cautele, l’avesse puramente e semplicemente gettata in un qualche angolo. In questa ultima ipotesi mi abbisognava per fare le mie ricerche aspettare il giorno: risalii nella camera ed aspettai. Venne il giorno, discesi di nuovo, la mia prima visita fu intorno al gruppo d’alberi, sperava di ritrovarvi delle tracce che mi fossero sfuggite nell’oscurità. Io aveva rivoltata la terra sopra una superficie di venti piedi quadrati, e per una profondità di più di due piedi, una giornata sarebbe appena bastata ad un operaio salariato per far ciò che io aveva fatto in un’ora. Niente, non vidi assolutamente niente. Allora mi misi alla ricerca della cassetta; secondo le supposizioni che aveva fatte, doveva essere sul sentiero che conduceva alla porticella di uscita; ma questa nuova investigazione fu tanto inutile quanto la prima, e col cuore serrato, ritornai agli alberi, che essi pure non mi lasciavano più alcuna speranza.