— Oh! gridò la sig.ª Danglars, vi era da diventarne pazzo.
— Lo sperai un momento, disse Villefort, ma non ebbi questa fortuna; però richiamando la mia forza, e per conseguenza le mie idee: perchè quest’uomo avrebbe portato via quel cadavere? domandavo a me stesso.
— Ma voi lo avete detto, per avere una prova.
— Oh! no, signora, non poteva più essere questo; non si conserva un cadavere per un anno; si porta ad un magistrato, e si fa la sua deposizione. Ora non era accaduto niente di tutto ciò.
— Ebbene, allora?... domandò Erminia palpitante.
— Allora? vi è qualche cosa di più terribile, di più fatale, di più spaventoso per noi, ed è che il fanciullo forse era vivo, e che l’assassino lo aveva salvato.
La sig.ª Danglars mandò un grido terribile afferrando le mani di Villefort: — Mio figlio era vivo? diss’ella, avete seppellito mio figlio vivo, signore! non eravate sicuro che era morto, e lo avete seppellito! ah!..
La sig.ª Danglars si era alzata, e stava ritta davanti al procuratore del Re, di cui teneva strette le mani tra le sue delicate, quasi minacciosa. — Che so io? vi dico ciò come vi direi qualunque altra cosa, rispose Villefort con una immobilità di sguardo che indicava che questo uomo così potente era vicino a toccare la follia, o la disperazione.
— Ah! mio figlio, mio povero figlio! gridò la baronessa ricadendo sulla sedia, e soffocando i singulti col fazzoletto.
Villefort ritornò in sè, e comprese che per divergere l’uragano materno che si accumulava sulla sua testa, bisognava far passare nella sig.ª Danglars il terrore che egli stesso provava: