— Da ieri sera non vi ho più lasciata, rispose Fernando con un doloroso sospiro.
In quanto a Morrel non si era dato per vinto. Egli aveva saputo che Dantès dopo il primo interrogatorio era stato tradotto in prigione; allora corse da tutti i suoi amici. Si era presentato a tutte quelle persone di Marsiglia che potevano avere qualche influenza! ma di già correva voce che il giovinotto era stato arrestato sotto la presunzione di essere un messo bonapartista; e siccome allora anche i più arrischiosi credevano un sogno insensato ogni tentativo di Napoleone per ritornare sul trono; così Morrel aveva ritrovato freddezza, timore, rifiuto, ed era tornato a casa disperato, ma convenendo ciò non pertanto che la posizione era grave, e che nessuno poteva farci niente. Caderousse da sua parte era molto inquieto e tormentato. In vece di uscire come aveva fatto Morrel, in vece di tentare qualche cosa in favore di Dantès, pel quale d’altra parte non poteva far niente, si era rinchiuso nella camera con due bottiglie di vino di cassis ed avea cercato di annegare la sua inquietudine nell’ubbriachezza. Ma nello stato di spirito in cui trovavasi, due bottiglie erano troppo poca cosa per assopire la ragione. Era troppo ubbriaco per poter andare a cercare altro vino, era poco ubbriaco perchè l’ubbriachezza gli avesse potuto estinguer la memoria. Appoggiato sui gomiti ad una tavola di legno in faccia a queste bottiglie vuote, vedeva danzare al riflesso della sua candela al lungo lucignolo tutti quei spettri che Hoffman ha sparsi sui suoi manoscritti inumiditi dal punche come una polvere nera e fantastica. Danglars solo non era nè tormentato nè inquieto; era anzi allegro, poichè si era vendicato di un nemico, ed aveva assicurata a bordo del Faraone la carica che temeva di perdere. Danglars era uno di quegli uomini di calcolo che nascono con una penna dietro l’orecchio e un calamaio nel posto del cuore: per lui a questo mondo tutto era sottrazione o moltiplicazione, e una cifra gli sembrava molto più preziosa di un uomo, quando essa poteva aumentare il totale che quest’uomo poteva diminuire. Danglars era dunque andato a letto come di ordinario, e dormiva tranquillamente. Villefort dopo di avere ricevuto dal sig. de Servieux una lettera diretta al conte de Blacas, baciò la mano alla marchesa di S. Méran, strinse quella del marchese e correva la posta sulla strada d’Aix. Il padre di Dantès si moriva dal dolore e dall’inquietudine. Di Edmondo noi abbiamo veduto ciò che accadde.
X. — IL PICCOLO GABINETTO DELLE TUGLIERIE.
Lasciamo Villefort sulla strada di Parigi, ove mercè il triplicar delle mance divorava la strada, e penetriamo attraverso i due o tre saloni che lo precedono nel piccolo gabinetto delle Tuglierie tanto ben conosciuto per essere stato il gabinetto favorito di Napoleone e di Luigi XVIII, e per essere oggi giorno quello del Re Luigi Filippo. Là, assiso davanti ad una tavola di nocciuolo, che era stata trasportata da Hartwell; e per uno di quei capricci familiari ai gran personaggi egli vi portava una particolare affezione, il Re Luigi XVIII ascoltava con poca attenzione un uomo dai 50 a 52 anni, coi capelli grigi, di viso nobile e severo, facendo delle postille sul margine di un volume di Orazio, di edizione del Gryphius, molto scorretta quantunque stimata, e che ben si adattava alle sagaci osservazioni filosofiche di sua Maestà. — Voi dicevate adunque signore? disse il re... — Che io sono talmente inquieto da non potersi più, sire. — Davvero! avete veduto in sogno sette vacche grasse, e sette magre? — No Sire, perchè ciò non ci annunzierebbe che sette anni di fertilità e sette anni di carestia, e con un re previdente come vostra Maestà la carestia non sarebbe stata a temersi. — Di qual altro flagello si tratta adunque, mio caro Blacas? — Sire, io temo qualche tentativo disperato. — E per parte di chi? — Di Bonaparte; o almeno dei suoi parteggiani. — Mio caro Blacas, disse il Re, coi vostri terrori m’impedite di lavorare. — Vostra Maestà mi ordina forse di non più insistere su questo argomento?
— No, caro conte. Ma allungate la mano, laggiù, a sinistra vi troverete il rapporto del ministro di polizia in data di ieri... Ma eccolo, egli stesso... N’è vero annunziate il ministro di polizia? interruppe Luigi XVIII volgendosi all’usciere. Entrate, barone, e raccontate al conte ciò che sapete, e di più recente, sul conto di Bonaparte. Non ci dissimulate niente della situazione per quanto essa sia grave. Sentiamo, l’isola d’Elba è forse un vulcano, e siamo noi per vederne uscire la guerra tutta fiammeggiante, bella, horrida bella?
— Vostra Maestà, disse il ministro, avrà consultato il rapporto di ieri.
— Sì, sì, ma dite al conte, che non ha potuto trovarlo, ciò che contiene questo rapporto; ditegli in minuti particolari ciò che fa l’usurpatore nella sua isola.
— Signore, disse il barone al conte, tutti i buoni servitori di Sua Maestà non hanno che a rallegrarsi delle recenti notizie che ci giungono dall’isola d’Elba. Bonaparte si annoia mortalmente; passa delle intere giornate a veder lavorare alle miniere di Portolongone. Vi è di più: noi siamo quasi sicuri che fra poco tempo l’Usurpatore diventerà pazzo. — Pazzo? — Pazzo da legare. La sua testa s’indebolisce. Ora egli piange a calde lagrime, ora ride a gola aperta; altre volte passa delle ore intere sulla riva a gettar sassi nell’acqua e quando il sasso ha fatto cinque o sei sbalzi, sembra così contento come se avesse guadagnato un altro Marengo o un nuovo Austerliz. Ne converrete, credo, esser questi segni di pazzia. — O di saggezza, signor barone, o di saggezza, disse ridendo Luigi XVIII. I grandi capitani dell’antichità si divertivano anch’essi a gettare dei sassi in mare; vedete Plutarco alla Vita di Scipione Affricano. Ebbene! Blacas che ne pensate voi? disse il Re sospendendo un istante di consultare il voluminoso libro scolastico che teneva aperto innanzi a sè. — Io dico, Sire, che o il ministro di polizia, o io ci sbagliamo. Ma siccome è impossibile che sia il ministro di polizia, poichè ha in guardia l’onore e la salute di V. M., è probabile che faccia errore io. Ciò nonostante, Sire, al posto di V. M. vorrei interrogar la persona cui ordinai d’invigilare il mezzogiorno, e che giunge per la posta per dirmi: «Un gran pericolo minaccia il re». Ecco perchè bramerei che Vostra Maestà gli facesse quest’onore. — Volentieri, conte; sotto i vostri auspici io riceverò chi vorrete; ma voglio riceverlo colle armi alla mano. Signor ministro, avete voi un rapporto più recente di questo? perchè questo è dato dal 20 febbraio, e noi siamo ai 4 di marzo. — No, Sire, ma io ne attendo uno da un’ora all’altra. Sono uscito da questa mattina e nella mia assenza può esser giunto... — Andate alla prefettura, se ve n’è uno portatelo; e se non c’è... Ebbene! ebbene... continuò ridendo Luigi XVIII, se non c’è, fatene uno. Non è così che si pratica forse? — Oh! Sire, disse il ministro, grazie a Dio sotto questo rapporto non c’è bisogno d’inventar niente; ogni giorno i nostri uffici sono ingombrati da una quantità di denunzie particolareggiate che provengono da una folla di poveri diavoli che sperano un poco di riconoscenza per i servigi che non rendono, ma che vorrebbero rendere. Essi giuocano alla ventura, e sperano che un giorno un qualche inatteso avvenimento venga a dare una specie di verità alle loro predizioni. — Va bene; andate, signore, disse Luigi XVIII, e pensate che vi aspetto. — Io non faccio che andare e tornare, Sire, e fra dieci minuti sono ai vostri comandi. — Ed io, Sire, disse Blacas, vado a cercare il mio messaggiero che ha fatto dugento venti leghe, e ciò appena in tre giorni. — Egli è bene un prendersi della fatica e dell’incomodo, mio caro conte, quando abbiamo i telegrafi che c’impiegano tre o quattro ore, e ciò senza che il proprio fiato ne soffra menomamente. — Ah! Sire, voi ricompensate molto male questo povero giovinotto che giunge così di lontano e con tanto ardore per recare un utile avviso a vostra Maestà! Non fosse che per il conte di Servieux che me lo raccomanda, io vi supplico di riceverlo bene. — De Servieux, il ciambellano di mio fratello? — Egli stesso. — Infatto ora trovasi a Marsiglia. — Ed è di là che mi scrive. — Vi parla egli pure di questa cospirazione? — No, ma egli mi raccomanda il sig. de Villefort e mi incarica di introdurlo presso vostra Maestà. — De Villefort! gridò il Re; e perchè non me lo avete detto subito? soggiunse lasciando scorgere sul viso un principio d’inquietudine. — Sire, io credeva che questo nome fosse sconosciuto a V. M.
— No, no, davvero, mio caro Blacas, egli è uno spirito serio, elevato, e soprattutto ambizioso; eh! per bacco! voi conoscerete di nome suo padre, Noirtier. — Noirtier, il girondino? Noirtier il senatore? — Precisamente. — E Vostra Maestà ha impiegato il figlio di un tal uomo? — Mio caro conte, vi ho di già detto che Villefort è ambizioso; e per inalzarsi, Villefort sacrificherà tutto, anche suo padre. — Allora, Sire debbo farlo entrare? — Sul momento, conte. Ov’è egli?
— Mi aspetta a basso nella mia carrozza.