Il conte uscì colla vivacità di un giovinotto, l’ardore sincero per la causa regia gli dava la sveltezza di vent’anni.
Luigi XVIII restò solo, riportando gli occhi sul suo Orazio mezz’aperto, mormorò: Justum et tenacem propositi virum.
Blacas risalì colla stessa velocità con cui era disceso; ma nell’anticamera fu costretto ad invocare l’autorità del Re; l’abito polveroso di Villefort, il suo costume niente conforme alla tenuta di corte, aveva eccitato gli scrupoli del maestro di cerimonie, che fu maravigliato di trovare in questo giovinotto la pretensione di presentarsi al Re vestito in quel modo; ma il conte tolse tutte le difficoltà colle semplici parole: Ordine di Sua Maestà; e ad onta delle osservazioni che continuò a fare il maestro di cerimonie per l’onore del principe, Villefort fu introdotto. Il Re era assiso nello stesso posto in cui lo aveva lasciato il conte. Aprendo la porta Villefort si trovò precisamente in faccia di lui; il primo movimento del giovine magistrato fu di sostare. — Entrate, sig. de Villefort, disse il Re, entrate. — Villefort salutò, fece qualche passo innanzi e aspettava che il Re lo interrogasse. — Signor de Villefort, continuò Luigi XVIII, ecco il conte di Blacas, che pretende abbiate qualche cosa d’importante da dirci. — Sire, il signor conte ha ragione, e spero che Vostra Maestà lo riconoscerà essa stessa. — Prima d’ogni altra cosa, il male è egli così grande, a vostro avviso, quanto mi si vuol far credere? — Sire, io lo credo urgente; ma mercè la diligenza che ho fatto, spero che non sia irreparabile. — Parlate quanto lungamente volete, disse il Re che cominciava a lasciarsi prendere dall’emozione che aveva alterato il viso del signor de Blacas e che alterava la voce di Villefort. Parlate e soprattutto cominciate dal principio; io amo l’ordine in tutte le cose.
— Sire, disse Villefort, farò a V. M. un rapporto fedele, ma io la prego frattanto di volermi scusare, se per la confusione in cui mi trovo dovessi mettere qualche oscurità nelle parole. — Un’occhiata gettata dal Re dopo questo esordio insinuante rassicurò Villefort della benevolenza del suo augusto uditore, e continuò: — Sire, io sono giunto il più rapidamente possibile a Parigi per annunziare a Vostra Maestà che ho scoperto coi mezzi delle mie funzioni non già uno di quei complotti volgari e senza conseguenza, come se ne tramano ogni giorno nel popolo e nell’esercito, ma una vera cospirazione, una tempesta che non minaccia niente meno che il Trono di Vostra Maestà; Sire, l’usurpatore arma tre vascelli, egli medita qualche disegno, forse insensato, ma fors’anche terribile per quanto sia insensato. A quest’ora egli dev’essere partito dall’isola d’Elba per andare ove, io non lo so, ma a colpo sicuro per tentare una discesa a Napoli o sulle coste della Toscana, od anche della stessa Francia. Vostra Maestà non ignora che il sovrano dell’isola d’Elba ha conservato delle corrispondenze con l’Italia e con la Francia. — Sì, signore io lo so, disse il Re, molto turbato; e ultimamente ancora si ebbero degli avvisi che si tenevano delle riunioni bonapartiste nella strada S. Jacques. Ma continuate, vi prego: come avete avuto questi particolari?
— Sire, essi risultano dall’interrogatorio che ho fatto subire ad un uomo di Marsiglia che da molto tempo io faceva invigilare e che ho fatto arrestare il giorno della mia partenza, Quest’uomo, marinaro turbolento e d’un bonapartismo che mi era sospetto, è stato segretamente all’isola d’Elba. Egli ha veduto il gran Maresciallo, che gli ha dati ordini verbali per un bonapartista di cui non mi è riuscito fargli dire il nome; ma questa missione era di preparare gli spiriti ad un ritorno, noti Vostra Maestà che è l’interrogatorio che parla, ad un ritorno che non può mancare di essere vicino. — E dov’è quest’uomo? disse Luigi XVIII. — In prigione, Sire. — E la cosa vi è sembrata grave? — Tanto grave, Sire, che questo avvenimento avendomi sorpreso in mezzo ad una festa di famiglia, il giorno stesso de’ miei sponsali, io ho lasciato, fidanzata e amici, tutto differito ad altro tempo, per venire a depositare ai piedi di Vostra Maestà e i timori da cui ero compreso e le assicurazioni della mia devozione. — È vero, disse Luigi XVIII, non v’era trattato di matrimonio tra voi e madamigella di S. Méran? — La figlia di uno dei più fedeli servitori di Vostra Maestà. — Sì, sì, ma torniamo al complotto. — Sire, io ho timore che non sia più un complotto, ma una cospirazione. — Una cospirazione di questi tempi, disse Luigi XVIII sorridendo, è cosa facile a meditarsi, ma ben difficile a condursi a termine; perciocchè, ristabilito da ieri sul trono dei nostri antenati, noi abbiamo gli occhi aperti ad un tempo sul passato, sul presente e sull’avvenire. Da dieci mesi i miei ministri raddoppiano di vigilanza perchè il littorale del Mediterraneo sia ben guardato; se Bonaparte discende a Napoli, la coalizione tutta intera sarà in piedi prima solo che egli giunga a Piombino; se egli discende in Toscana, metterà il piede in un paese nemico, se discende in Francia lo farà con un pugno d’uomini, e noi ne verremo più facilmente a termine, esecrato come egli è dalla popolazione. Rassicuratevi adunque, o signore, ma non contate meno sulla nostra reale riconoscenza. — Ah! ecco qui il ministro di polizia, gridò il conte di Blacas. In questo momento infatti il ministro di polizia apparve sulla soglia della porta pallido, tremante, e coll’occhio vacillante come se fosse stato colpito da vivissima luce. Villefort fece un passo per ritirarsi, ma de Blacas lo trattenne per la mano.
XI. — IL LUPO DI CORSICA.
Luigi XVIII al veder quel viso scomposto spinse violentemente innanzi a sè la tavola avanti a cui trovavasi. — Che avete dunque signor barone? gridò egli, voi mi sembrate tutto commosso; queste esitazioni hanno rapporto a ciò che diceva de Blacas? ed a ciò che mi vien confermato da Villefort?
De Blacas si accostava vivamente al barone, ma il terrore del cortigiano impediva di trionfare dell’orgoglio dell’uomo di Stato; infatto in simile congiuntura gli era ben meglio di essere umiliato dal Prefetto di polizia che di umiliarlo su questo argomento. — Sire... balbettò il barone. — Ebbene! sentiamo, disse Luigi XVIII. — O Sire, quale spaventosa disgrazia! sono io abbastanza da compiangere! io non me ne consolerò mai... — Signore, disse Luigi XVIII, vi ordino di parlare. — Ebbene! Sire, l’usurpatore ha lasciato l’isola d’Elba il 26 Febbraio ed è sbarcato il primo Marzo. — E dove? in Italia? domandò impazientemente il Re. — In Francia, Sire, in un piccolo porto presso d’Antibes, nel golfo di Juan. — L’usurpatore è sbarcato in Francia vicino ad Antibes, nel golfo Juan, a 250 leghe da Parigi, il primo Marzo, e voi sapete questa notizia soltanto oggi, 4 marzo!... Eh! signore, ciò che voi dite è impossibile vi sarà stato fatto un falso rapporto. — Ahimè! Sire, ciò che vi annunzio non è che pur troppo vero. — Luigi XVIII fece un gesto indicibile di collera e di spavento, si rizzò in piedi, come se un colpo impreveduto lo avesse percosso nello stesso tempo nel cuore e nel viso. — In Francia! gridò egli, l’usurpatore in Francia! non era dunque vigilato quest’uomo? Ovvero, chi sa? si era d’accordo con lui? — Oh! Sire, gridò il conte di Blacas, non è un uomo come il ministro di polizia quello che può essere accusato di tradimento. Sire, noi eravamo tutti ciechi ed il barone era a parte dell’acciecamento generale, ecco tutto. — Ma,... disse Villefort. Poi arrestandosi di un tratto. — Ah! perdono, perdono Sire, disse inchinandosi, il mio zelo mi trasportava, che Vostra Maestà si degni scusarmi. — Parlate, signore, parlate con ardire, disse Luigi XVIII, voi solo ci avete prevenuti del male, aiutateci a porvi rimedio. — Sire, disse Villefort, l’usurpatore è detestato dalla parte di mezzogiorno; e mi sembra che se egli si avventura nel mezzogiorno, si può facilmente sollevare contro di lui la Provenza, e la Linguadocca. — Sì, senza dubbio, disse il ministro, ma egli s’avanza dalla parte di Gap e Sisteron. — Egli s’avanza? disse Luigi XVIII, egli vien dunque a Parigi? — Il ministro di polizia tacque, ed il suo silenzio fu equivalente ad una confermativa. — E il Delfinato signore, domandò il Re, credete voi che possa essere sollevato da noi come la Provenza?
— Sire, io sono dolente di dover dire a Vostra Maestà una verità crudele; ma lo spirito del Delfinato è ben lungi dall’accostarsi a quello della Provenza e della Linguadocca. Sire, tutti i montanari sono bonapartisti. — Ecco, mormorò Luigi XVIII, egli era bene informato. E quanti uomini ha seco? — Sire, io non lo so, disse il ministro di polizia. — Come! voi non lo sapete! vi siete dimenticato d’informarvi di questa particolarità. È vero, essa è di poca importanza, soggiunse il Re con un sorriso opprimente. — Sire, il dispaccio porta semplicemente l’annunzio dello sbarco e la strada che ha preso l’usurpatore. — E come dunque vi è giunto questo dispaccio? domandò il Re. — Il ministro abbassò la testa; e un vivo rossore gli si sparse sulla fronte; dal telegrafo, Sire. — Luigi XVIII fece un passo in avanti, ed incrociò le braccia sul petto nel modo che avrebbe fatto Napoleone.
— E così, diss’egli impallidendo di collera, sette eserciti coalizzati avranno rovesciato quest’uomo; un miracolo del cielo mi avrà rimesso sul trono dei padri miei dopo 25 anni di esilio; io avrò per questi 25 anni studiato, esplorato, analizzato gli uomini e le cose di questa Francia che mi era stata promessa, perchè giunto poi alla meta di tutti i miei voti una forza che io teneva stretta fra le mie mani, scoppi ad un tratto e mi stritoli! — Sire, è una fatalità, mormorò il ministro accorgendosi che un simil peso, leggiero pel destino, era sufficiente a schiacciare un uomo. — Cadere! continuò Luigi XVIII, che al primo colpo d’occhio aveva esplorato il precipizio sull’orlo del quale stava la monarchia; cadere, ed essere avvisati dal telegrafo della propria caduta! Oh! quanto amerei meglio salire sul patibolo di mio fratello Luigi XVI, che discendere le scale delle Tuglierie scacciato dal ridicolo. Il ridicolo, voi non sapete che cos’è in Francia. — Sire! Sire! mormorò il ministro, per pietà! — Avvicinatevi, Villefort, continuò il Re, volgendosi al giovine che, ritto, immobile ed in addietro, considerava l’andamento di questa conversazione, ove si agitavano i perduti destini di un regno; avvicinatevi, e dite al ministro, che si poteva sapere tanto tempo prima, tutto ciò che egli non ha saputo. — Sire, era materialmente impossibile d’indovinare i disegni di quest’uomo nascosti a tutti, balbettò il ministro. — Materialmente impossibile! ecco là, o signore, una gran parola; disgraziatamente vi sono dei grand’uomini come vi son delle grandi parole, io l’ho misurati. Materialmente impossibile! ad un ministro che ha un dicastero, degli uffici, dei messi ed un milione e mezzo di franchi pei fondi delle spese segrete, di sapere ciò che succede a 60 leghe dalle coste di Francia! Ebbene! ecco qui questo signore che non aveva alcuna di queste risorse a sua disposizione, semplice magistrato, che ne sapeva più di voi con tutta la vostra polizia e che mi avrebbe salvata la corona, se avesse avuto, come voi, il diritto di fare agire un telegrafo. — Lo sguardo del ministro di polizia si voltò con una espressione di profondo rispetto su Villefort, che abbassò la testa colla modestia del trionfo.