— Io non dico ciò per voi, mio caro Blacas, continuò il Re; poichè se non avete scoperto niente, avete avuto almeno il buon senso di mantenervi nel vostro sospetto. Un altro forse avrebbe considerata la rivelazione di Villefort come insignificante o ben anche suggerita da un’ambizione venale, e avrebbe atteso che i segni del telegrafo!... — Queste parole facevano allusione a ciò che il ministro di polizia aveva pronunciato con tanta sicurezza un’ora prima. Villefort capì l’artifizio del Re. Un altro forse si sarebbe lasciato trasportare dall’ebrietà delle lodi; ma egli temeva farsi un nemico mortale nel ministro di polizia, quantunque vedesse che questi era irrevocabilmente perduto. Infatti il ministro che nella pienezza del suo potere non aveva saputo indovinare il segreto di Napoleone, poteva nelle convulsioni della sua agonia penetrare quello di Villefort. Per far ciò non gli sarebbe abbisognato altro che interrogare Dantès. Egli adunque venne in soccorso del ministro invece di opprimerlo.

— Sire, disse Villefort, la rapidità dell’evento deve provare alla Maestà Vostra che il Cielo solo poteva impedirlo, suscitando una burrasca. Ciò che Vostra Maestà crede in me l’effetto di una profonda perspicacia è dovuto ad un puro e semplice caso, di cui ho approfittato come un servo fedele e devoto, ed ecco tutto. Non mi attribuite più di quel che merito, per non aver mai a pentirvi della prima idea che aveste concepito di me. — Il ministro di polizia ringraziò il giovine con uno sguardo eloquente, e Villefort capì di essere riuscito nel disegno, vale a dire che senza perder niente della riconoscenza del Re, si era fatto un amico sul quale poteva contare all’occasione. — Sta bene, disse il Re, e frattanto, o signori, voltandosi verso Blacas ed il ministro, non ho più bisogno di voi; ciò che resta a farsi, spetta al ministro della guerra. — Fortunatamente, Sire, disse de Blacas, possiamo contare sull’esercito; V. M. sa come tutti i rapporti ce lo dipingono devoto al vostro governo. — Non mi parlate di rapporti, conte, ora so la fiducia che si può avere in essi. Eh! a proposito di rapporti, signor barone, che avete voi saputo di nuovo sulla strada di S. Jacques? — Sull’affare della strada di S. Jacques? gridò Villefort, senza poter trattenere l’esclamazione: ma fermandosi ad un tratto:

— Perdono, Sire, diss’egli, la mia devozione a V. M. mi fa incessantemente dimenticare, non il rispetto che ho per essa, perchè questo è troppo profondamente scolpito nel mio cuore, ma le regole dell’etichetta. — Dite e fate, signore, soggiunse Luigi XVIII: voi oggi avete acquistato il diritto d’interrogare. — Sire, rispose il ministro di polizia, oggi veniva precisamente per dire a Vostra Maestà le ultime notizie che sono state raccolte su questo avvenimento, allorchè l’attenzione di Vostra Maestà si è rivolta alla terribile catastrofe del golfo Juan. Ora queste informazioni non avranno forse alcun’importanza pel Re. — Al contrario, disse Luigi XVIII: questo affare mi sembra avere un rapporto diretto con ciò che ci occupa, e la morte del generale Épinay ci metterà forse sulla strada di un gran complotto interno. (Al nome del generale Épinay, Villefort rabbrividì.)

— Sire, rispose il ministro di polizia, ciò indurrebbe a credere che questa morte non fosse il resultato di un suicidio come si era creduto dapprima, bensì di un assassinio. Il generale Épinay usciva a quanto sembra da una riunione bonapartista quando disparve. Un uomo sconosciuto era stato nella stessa mattina a cercarlo in casa, e gli aveva assegnato convegno nella strada S. Jacques. Per disgrazia il cameriere del generale che lo seguiva al momento in cui questo sconosciuto era stato introdotto nel gabinetto, ha bene inteso nominare la strada di S. Jacques, ma non si è ricordato poi del numero. — A seconda che il ministro di polizia dava al Re queste informazioni, Villefort che sembrava pendere dalle sue labbra, arrossiva e impallidiva. Il Re si volse a lui: — Non pensate voi al pari di me, signor Villefort, che il generale Épinay, che si faceva credere della fazione dell’usurpatore, ma che in vero era tutto a me devoto, sia perito vittima di un’insidia bonapartista? — È probabile, Sire, rispose Villefort; ma non se ne sa altro? — Si sta sulle tracce dell’uomo che venne a dare il ritrovo. — Davvero? ripetè Villefort. — Sì, il cameriere ne ha dati i connotati; è un uomo dai 50 ai 52 anni, bruno, cogli occhi neri coperti da folte sopracciglia, e con le barbette; è vestito con un soprabito blu abbottonato, e porta sulla bottoniera la fettuccia di ufficiale della Legion d’onore. Jeri fu seguitato un individuo di cui i connotati corrispondono perfettamente a quelli che ho detto, ma è stato perduto alla voltata delle strade Jussiène, e Coq-Héron. — Villefort si era appoggiato alla spalliera di una sedia, poichè, a seconda che il ministro di polizia parlava, sentiva le gambe venirgli meno; ma allorquando seppe che lo sconosciuto era sfuggito alla vigilanza di colui che lo seguiva, respirò.

— Voi farete far tutte le ricerche possibili di quest’uomo, disse il Re al ministro di polizia perchè, se come tutto fa credere, il generale Épinay, che in questo momento ci sarebbe stato tanto utile, è caduto vittima di un assassinio, sia bonapartista o no, io voglio che i suoi assassini siano severamente puniti. — Villefort ebbe bisogno di tutta la sua calma per non tradire il terrore che gli veniva inspirato da questa raccomandazione del Re. — Cosa strana! continuò il Re, con buon umore, la polizia crede di avere detto tutto quando ha detto: «è stata commessa un’uccisione;» e tutto fatto quando soggiunge: «si sta sulle tracce dei colpevoli.» — Sire, spero che su questo punto almeno V. M. sarà soddisfatta. — Va bene, vedremo. Io non vi trattengo dippiù, barone. Signor de Villefort, voi dovete essere stanco di questo lungo viaggio, andate a riposarvi. Sarete senza dubbio stato da vostro padre. — Un lampo passò innanzi agli occhi di Villefort. — No, Sire, diss’egli, sono disceso all’albergo di Madrid, strada Tournon. — Ma avete veduto il signor Noirtier? — Mi sono fatto condurre immediatamente presso il conte di Blacas. — Lo vedrete? almeno... — Non lo penso, Sire. — Ah! è giusto, disse Luigi XVIII sorridendo, in modo da provare che tutte queste reiterate interrogazioni non erano state fatte senza un perchè. Dimenticava che voi siete freddo con il signor Noirtier, che questo è un nuovo sacrificio che fate alla causa reale, e di cui fa d’uopo che io vi compensi. — Sire, la bontà che mi dimostra la M. V. è una ricompensa che sorpassa tanto le mie ambizioni che non mi resta più nulla a domandare al Re. — Non importa, signore, noi non vi dimenticheremo, state tranquillo. — E in questo mentre, il Re staccò la croce della legion d’onore che portava d’ordinario sul suo abito vicino a quella di S. Luigi, e la dette a Villefort; — Frattanto, diss’egli, portate sempre questa croce. — Sire, disse Villefort, V. M. s’inganna, questa croce è quella d’ufficiale.

— In fede mia, signore, disse il Re, prendetela tal quale è, io non ho il tempo di farne domandare un’altra. Blacas, voi vigilerete affinchè sia tosto spedito il brevetto a Villefort. — Gli occhi di Villefort si bagnarono di una lagrima di orgogliosa gioia; egli prese la croce e la baciò. — Ora quali sono gli ordini che mi fa l’onore darmi la M. V.?

— Prendete il riposo che vi è necessario, e pensate che, senza forza per potermi servire a Parigi, potete essermi di grandissima utilità a Marsiglia. — Sire, rispose Villefort inchinandosi, fra un’ora io sarò partito da Parigi. — Andate, disse il Re, e se un giorno vi dimenticassi, non abbiate alcun riguardo a richiamarvi al mio pensiero... Signor barone, date ordine perchè si vada a cercare il ministro della guerra. Blacas restate. — Ah! signore, disse il ministro di polizia a Villefort, uscendo dalle Tuglierie, voi entrate per la buona porta, la vostra fortuna è fatta! — Durerà ella lungamente? mormorò Villefort salutando il ministro la cui carriera era finita, e cercando cogli occhi una carrozza per ritornare all’albergo.

Una vettura passava sulla strada, Villefort vi si gettò nel fondo, lasciandosi trasportare dai suoi sogni di ambizione. Dieci minuti dopo, Villefort era rientrato all’albergo; ordinò che fra due ore i cavalli da posta fossero in ordine e che frattanto gli si servisse la colazione. Stava per mettersi a tavola quando il suono del campanello vibrò agitato da una mano franca e ferma. Il cameriere aprì e Villefort intese una voce che pronunziava il suo nome.

— E chi può già sapere che io sono qui? si domandava il giovinotto. In questo mentre entrava il cameriere. — Ebbene! disse Villefort, che c’è? chi ha suonato? chi mi domanda? — Uno straniero che non ha voluto dire il suo nome.

— E quali apparenze ha? — È... è un uomo di una cinquantina di anni. — Grande? piccolo? — Della vostra statura, o signore, presso a poco, bruno, molto bruno, capelli neri, occhi neri, sopracciglia nere e barbette nere. — Come è vestito? domandò agitato Villefort.