— Ier sera, in casa del prefetto. Parigi si è commossa, lo capirete bene, alla vista di un lusso così straordinario, e la polizia ha prese le sue informazioni.

— Sta bene! non vi sarebbe mancato che avessero arrestato il conte come vagabondo, sotto pretesto che è troppo ricco.

— In fede mia, ciò era quanto poteva accadergli, se le informazioni non fossero state così favorevoli.

— Povero conte! Egli non pensa neppure al pericolo che ha corso. — Lo credo bene. — Allora è una carità l’avvisarlo. Al suo arrivo non mancherò. — In questo momento un bel giovine cogli occhi vivi, coi capelli neri, coi baffi lucidi, venne a salutare rispettosamente la sig.ª de Villefort. Alberto gli stese la mano. — Signora, disse Alberto, ho l’onore di presentarvi il sig. Massimiliano Morrel, capitano dei Spahis, uno dei nostri buoni, e soprattutto bravi ufficiali.

— Ho già avuto il piacere d’incontrare il signore ad Auteuil, in casa del conte di Monte-Cristo, rispose la sig.ª de Villefort rivoltandosi con una marcata freddezza.

Questa risposta, e soprattutto il tuono con cui fu fatta, strinsero il cuore del povero Morrel, ma gli era preparato un compenso: nel voltarsi vide sul limitare della porta una bella e bianca figura, i cui occhi blu dilatati, e senza una apparente espressione si attaccavano su lui; mentre che il mazzetto di miosotis saliva lentamente verso le labbra.

Questo saluto fu così bene inteso, che Morrel colla stessa espressione di sguardo, avvicinò anch’egli il fazzoletto alla bocca; e le due statue viventi, il cui cuore batteva tanto fortemente sotto l’apparente marmo dei loro visi, separate l’una dall’altra quant’era larga la sala, dimenticarono un momento sè stesse, o per dir meglio dimenticarono la folla in questa muta contemplazione. Avrebbero potuto restar così per lungo tempo perduti l’uno nell’altro senza che alcuno s’accorgesse del loro obblìo d’ogni cosa; ma entrava il conte di Monte-Cristo.

Abbiamo già detto, fosse prestigio fatuo, o naturale, il conte attirava l’attenzione universale su di sè in qualunque luogo si presentasse. Non il suo abito nero, irreprensibile nel taglio, ma semplice e senza decorazioni; non il gilè bianco senza alcun ricamo, non il calzone che cadeva su di un piede della forma più delicata, attiravano l’attenzione; ma il colorito pallido, i capelli neri ondati, il viso tranquillo e sereno, l’occhio profondo e melanconico; la bocca disegnata con finitezza maravigliosa, e che prendeva tanto facilmente l’espressione dell’alto sdegno, che faceva che tutti gli occhi si fissassero su di lui.

Vi potevano essere uomini più belli, ma non ve ne potevano essere più significanti (ci sia permessa questa espressione). E forse non si sarebbe fatto attenzione a tutto ciò, se non vi fosse stata, sotto a tutto questo, una misteriosa storia, dorata da un’immensa fortuna.

Che che ne sia, egli s’inoltrò sotto il peso degli sguardi e nello scambio di piccoli saluti, fino alla sig.ª de Morcerf, che, in piedi davanti al caminetto guernito di fiori, lo aveva veduto comparire da uno specchio posto di contro alla porta e si era preparata a riceverlo. Ella dunque si voltò verso lui, con un sorriso composto, nello stesso momento ch’egli si inchinava davanti a lei. Senza dubbio ella credè che il conte le avrebbe parlato; dal suo lato, il conte credè che ella gli avrebbe indirizzata la parola; ma da ambedue le parti restarono muti, tanto sembrava loro indegna d’entrambi una finzione; e dopo essersi scambiato il saluto, Monte-Cristo si diresse verso Alberto, che gli veniva incontro a mano aperta.