Questa volta la filza di carte conteneva cose di pura forma, Villefort non si rinchiudeva per lavorare, ma per riflettere; e chiusa la porta ordinò di non essere disturbato che per cose d’importanza; si assise sopra un seggio, e si mise a riandare anche una volta nella memoria tutto ciò che, da sette o otto giorni, faceva straripare la coppa dei suoi tetri dispiaceri, dei suoi amari ricordi. Allora, invece di portar la mano sul monte di carte ammassate davanti a lui, aprì un tiratoio dello scrittoio; fece scattare un segreto e cavò fuori un plico che conteneva le sue note personali, manoscritto prezioso, nel quale aveva classificato e distinto, con cifre conosciute da lui solo, i nomi di tutti coloro che, nella sua carriera politica, ne’ suoi affari d’interesse pecuniario, nelle sue cause criminali e nei suoi misteriosi amori, eran diventati suoi nemici. Il numero n’era formidabile, oggi che aveva cominciato a tremare; e ciò non ostante tutti questi nomi, per quanto possenti o temibili si fossero, lo avevan fatto ben molte volte sorridere, come sorride il viaggiatore che dalla più alta montagna guarda ai suoi piedi gli acuti picchi, le strade impraticabili, gli orli dei precipizi pei quali si è tanto lungamente arrampicato per poter giungere a quell’altezza. Quando ebbe ripassati bene tutti questi nomi nella memoria, quando li ebbe ben studiati, commentati sulle sue liste, scosse la testa: — No, mormorò egli, nessuno di questi nemici avrebbe atteso pazientemente ed operosamente fino al giorno in cui siamo, per venirmi ora a schiacciare con questo segreto. Qualche volta, come dice Hamlet, il romore dalle cose più profondamente seppellite sotto terra, sorge, e, come il fuoco nel fosforo, corre follemente per l’aria; ma queste son fiamme che illuminano in un momento per stravolgere il cervello. La storia sarà stata raccontata dal Corso a qualche prete, che la avrà a sua volta raccontata. Il sig. di Monte-Cristo l’avrà saputa, e per venirne in chiaro... ma con qual pro venirne in chiaro? riprendeva Villefort dopo un momento di riflessione, qual premura il sig. di Monte-Cristo, il sig. Zaccone, il figlio di un armatore di Malta, il proprietario di una miniera d’argento nella Tessaglia, che vien per la prima volta in Francia, ha da venire in chiaro di un fatto cupo, misterioso, ed inutile come questo? In mezzo alle informazioni incoerenti che mi sono state date da quell’abate Busoni, e da Lord Wilmore, da questo amico, e da quel nemico, una sola cosa ne spicca chiara, precisa, ai miei occhi: ed è che in nessun tempo, in nessun caso, in nessuna congiuntura egli non può avere avuto il più piccolo contatto con me.
Ma Villefort ripeteva spesso queste parole a sè stesso senza credere a quanto diceva. Il più terribile per lui non era una rivelazione, perchè poteva negare, od anche rispondere: egli s’inquietava poco di quel Mane, Thècel, Pharès, che appariva d’improvviso in lettere di sangue sul muro; ma ciò che io inquietava, era di conoscere il corpo al quale apparteneva la mano che le aveva tracciate. Al momento che tentava di tranquillar sè stesso, ed in cui, invece di quell’avvenire politico che nei suoi sogni d’ambizione aveva qualche volta traveduto, egli si componeva, nel timore di svegliare questo nemico addormentato da sì lungo tempo, un avvenire ristretto alle gioie di famiglia, un romore di carrozza rimbombò nel cortile, indi intese sulla scala passi di una persona di età, poi dei singhiozzi e dei sospiri, come ne trovano i servitori quando vogliono divenire interessanti pel dolore dei loro padroni. Si sollecitò di levare il chiavistello del gabinetto, e ben presto, senza essere annunciata entrò una vecchia dama, collo scialle sul braccio, ed il cappello in mano. I capelli imbiancati coprivano una fronte scura come l’avorio ingiallito, e gli occhi negli angoli dei quali l’età aveva solcato profonde rughe, sparivano quasi del tutto sotto il gonfiore prodotto dal pianto: — Oh! signore, diss’ella, qual disgrazia! Io pur ne morrò. — E cadendo sul seggio più vicino alla porta, irruppe in singhiozzi. I domestici, in piè sul limitare, non osavano più venire avanti, guardavano il vecchio servitore di Noirtier, che, avendo inteso questo romore dalla camera del padrone, era accorso egli pure, e si teneva dietro gli altri. Villefort si alzò, e corse incontro a sua suocera, perchè era ella stessa. — Eh! mio Dio, signora, domandò egli, che è accaduto, che cosa vi sconvolge così? ed il sig. di Saint-Méran? — È morto, disse la vecchia marchesa senza espressioni e con una specie di stupore.
Villefort indietreggiò di un passo, e battè le mani una contro l’altra: — Morto!... morto così... subitamente?
— Sono otto giorni, continuò la sig.ª di Saint-Méran, che dopo avere pranzato montammo insieme in carrozza. Il signor di Saint-Méran era indisposto da qualche giorno; però l’idea di rivedere la nostra cara Valentina lo rendeva coraggioso, e, ad onta dei suoi dolori, aveva voluto partire, allorquando, a sei leghe da Marsiglia, dopo aver mangiate le consuete pastiglie, fu preso da un sonno profondo, che non mi sembrava naturale; ciò nonostante esitai a svegliarlo, quando mi sembrò che il viso diventasse rosso, e le arterie delle tempia battessero più violentemente del solito. Ma pure, siccome era sopraggiunta la notte, ed io non vedeva più niente, lo lasciai dormire; ben tosto mandò un grido sordo e straziante come quello di un uomo che soffre in un sogno, e con improvviso movimento rovesciò la testa in addietro. Chiamai il cameriere, feci fermare il postiglione, chiamai il sig. di Saint-Méran, gli feci respirare la mia boccetta di sali, tutto era finito, era morto, ed al lato del suo cadavere io giunsi fino ad Aix.
Villefort rimase stupefatto, colla bocca aperta.
— E voi chiamaste un medico?
— Nello stesso momento; ma, come ve l’ho già detto, era troppo tardi.
— Senza dubbio, ma almeno egli poteva riconoscere di qual malattia era morto il povero marchese.
— Mio Dio! sì, me l’ha detto, sembra che sia stata un’apoplessia fulminante. — Ed allora che avete fatto?
— Il sig. di Saint-Méran aveva sempre detto, che se moriva lontano da Parigi, desiderava che il suo corpo fosse ricondotto nella sepoltura di famiglia; l’ho fatto mettere in una cassa di piombo, e lo precedo di pochi giorni.