— Andiamo, andiamo, diss’egli, sembra che la restaurazione abbia imparato dall’Impero il modo di spedire gli affari... moschettato! caro mio, e come potete crederlo? e questa lettera dov’è? Io vi conosco troppo per pensare che voi l’abbiate lasciata andare.
— L’ho bruciata per timore che ne rimanesse un sol frammento; perchè questa lettera era la vostra condanna.
— E la perdita del vostro avvenire, rispose freddamente Noirtier. Sì, lo capisco; ma ora io non ho più nulla a temere, poichè voi mi proteggete. — Io faccio anche più di questo. Vi salvo. — Oh diavolo! ciò diventa più drammatico: spiegatevi. — Signore, ritorno sull’argomento delle riunioni di strada S. Jacques. — Sembra che queste riunioni stiano molto a cuore alla polizia; perchè non le hanno cercate meglio? le avrebbero ritrovate. — Non le hanno ritrovate, ma ne sono sulla traccia. — Questa è la parola d’uso, lo so bene: quando la polizia non sa niente, dice che ella ne è sulle tracce, ed il Governo aspetta tranquillamente il giorno in cui essa venga a dire colle orecchie basse, che queste tracce son perdute. — Sì, ma fu ritrovato un cadavere; il generale è stato ammazzato, e in tutti i paesi del mondo questo si chiama un assassinio. — Un assassinio, dite voi? Andiamo via, niente prova che il generale è stato vittima di un assassinio; tutti i giorni si ritrova gente nella Senna che vi si getta per disperazione, o che vi si annega non sapendo nuotare. — Padre mio, voi sapete benissimo che il generale non si è annegato per disperazione, e che non si va a prendere un bagno nella Senna al mese di Gennaio. No! no! non vi illudete, questa morte è stata qualificata per un assassinio. — E chi l’ha qualificata in tal modo? — Il re stesso. — Il re! Volete voi sapere come sono andate le cose? Ebbene! ve lo dirò. Si credeva di poter contare sul generale Épinay, ci era stato raccomandato di laggiù: uno dei nostri va da lui, lo invita ad intervenire ad un’assemblea di amici nella contrada S. Jacques. Egli viene e là gli si spiega tutto il disegno: la partenza dall’isola d’Elba, lo sbarco meditato. Poi quando egli ha udito tutto, che non gli resta più niente a sapere, risponde che è realista. Allora ciascuno si mette in guardia, gli si fa dare giuramento; egli lo dà ma di cattiva grazia. Ebbene! ad onta di tutto ciò il generale uscì perfettamente libero. Egli non è ritornato a casa sua; che volete? mio caro, egli si allontanò da noi, avrà sbagliata la strada, ecco tutto. Un assassinio! In verità voi mi sorprendete, Villefort, voi Sostituto Procuratore del Re piantare un’accusa su prove così meschine! Ho io forse mai pensato a dire a voi, quando esercitavate il vostro mestiere di realista, e facevate tagliar la testa a uno dei miei: «figlio mio voi avete commesso un assassinio!» No, io ho detto: «benissimo! signore voi avete oggi combattuto vittoriosamente; a dimani la rivincita.» — Ma, padre mio, state in guardia, perchè questa rivincita sarà terribile quando la prenderemo noi. — Io non vi comprendo. — Voi contate sul ritorno dell’Usurpatore? — Lo confesso. — V’ingannate, padre mio, egli non farà dieci leghe nell’interno della Francia senza essere perseguitato, circondato, e preso come una bestia feroce. — Mio caro amico, l’Imperatore in questo momento è sulla strada di Grenoble. Il 10 o il 12 sarà a Lione, e il 20 o il 25 a Parigi. — Le popolazioni si solleveranno... — Per andare ad incontrarlo. — Egli non può aver seco che pochi uomini, e gli verranno inviati contro degli eserciti... — Che gli serviranno di scorta per entrare nella capitale. In verità mio caro Gherardo voi non siete ancora che un ragazzo. Voi vi credete bene informato perchè un telegrafo vi ha detto tre o quattro giorni dopo lo sbarco: «l’usurpatore è sbarcato a Cannes con pochi uomini: lo si sta perseguitando.» Ma dov’è, che fa? Voi non lo sapete. Si perseguita, ecco tutto ciò che sapete; ebbene! egli sarà in tal guisa perseguitato fino a Parigi senza bruciare una cartuccia. — Grenoble e Lione sono due città fedeli che gli opporranno una barriera insuperabile. — Grenoble gli aprirà le sue porte con entusiasmo, e la popolazione di Lione tutta intera uscirà per incontrarlo. Credetemi noi siamo tanto bene informati quanto voi, e la nostra polizia val molto più della vostra. Ne volete una prova? eccola: voi volevate nascondermi il vostro viaggio e io ho saputo il vostro arrivo mezz’ora dopo che avevate passata la barriera. Voi non avete dato il vostro indirizzo ad alcun altro che al vostro postiglione, ebbene! io ho conosciuto il vostro indirizzo e la prova è che giungo appunto al momento in cui vi mettete a tavola. Suonate adunque ed ordinate che portino un’altra posata, pranzeremo insieme. — Infatto, rispose Villefort, guardando suo padre con stupore; voi mi sembrate molto bene istruito. — Eh! mio Dio! la cosa è semplicissima: voi che siete in possesso del potere non avete che quei mezzi che può fornire il danaro; noi che lo aspettiamo, abbiamo quelli che somministra la devozione e l’attaccamento. — La devozione? disse Villefort ridendo. — Sì, la devozione; egli è in tal modo che con termini onesti viene chiamata un’ambizione che spera. — Il padre di Villefort stese da sè la mano sul cordone del campanello, per chiamare il domestico, Villefort gli trattenne il braccio. — Aspettate, padre mio, disse il giovine; una parola ancora... — Dite... — Per quanto sia mal regolata la polizia realista, ella però sa una cosa terribile. — Quale? — I connotati dell’uomo che, la mattina del giorno in cui disparve il generale Épinay, si era presentato in casa sua. — Ah! sa ciò questa buona polizia? e questi connotati quali sono? — Colorito bruno, capelli, barbette ed occhi neri; soprabito blu, abbottonato fino al mento; fettuccia d’uffiziale della Legion d’onore attaccata alla bottoniera, e canna d’India. — Ah! ah! ella sa ciò, disse Noirtier; e perchè dunque non ha messo la mano su questo uomo? — Perchè ieri o ieri l’altro lo ha perduto di vista presso l’angolo della strada Coq-Héron. — Diceva bene io quando diceva che la vostra polizia è stupida! — Io non ne dissento: ma da un momento all’altro può ritrovarlo. — Sì, disse Noirtier, gettando uno sguardo di noncuranza intorno a lui; sì, se quest’uomo non fosse stato avvertito; ma egli lo è, e, continuò ridendo, cambierà di viso e di costume.
A queste parole, egli si alza, si leva il soprabito e la cravatta, va verso la tavola sulla quale erano preparate tutte le cose necessarie alla toletta di suo figlio, prende un rasoio, s’insapona il viso e con un polso perfettamente fermo fa cadere le barbette che lo mettevano a rischio, dando alla polizia un documento così prezioso. Villefort lo guardava con un terrore che non era esente da ammirazione. Tagliate quelle, Noirtier dà un’altra piega ai suoi capelli, prende, in vece della sua cravatta nera, la prima cravatta di colore che trova nel baule aperto di suo figlio, indossa, in vece del suo soprabito blu e abbottonato, un abito di suo figlio, color marrone e di taglio aperto; si prova avanti allo specchio il cappello ad ale ristrette del giovine, e pare soddisfatto del modo come gli sta, lascia la canna d’India nel canto del caminetto ove l’avea deposta, e fa sibilare nella sua mano nervosa una mazza di sambuco colla quale l’elegante sostituto dava al suo modo di camminare la disinvoltura che era una delle principali sue qualità. — Ebbene! diss’egli, volgendosi verso suo figlio stupefatto, subitochè questo cambiamento quasi a vista fu compito; ebbene, credi tu che la tua polizia potrà ora riconoscermi? — No padre mio, balbettò Villefort, o almeno lo spero. — Ora, mio caro Gherardo, continuò Noirtier, rimetto alla tua prudenza il far disparire tutti gli oggetti che lascio alla tua custodia. — Oh! siate tranquillo, padre mio, disse Villefort. — Sì, sì, ora io credo che tu abbia ragione, e che tu possa dire di avermi effettivamente salvata la vita. Ma sta tranquillo, io ti renderò questo servizio quanto prima.
Villefort scosse la testa. — Non ne sei tu convinto? — Spero almeno che v’inganniate. — Rivedrai tu il re? — Forse. — Vuoi tu passare ai suoi occhi per un profeta? — I profeti delle disgrazie sono sempre malveduti alla corte. — Sì, ma un giorno o l’altro gli vien resa giustizia: supponi una seconda restaurazione, allora passerai per un uomo ben più grande di Talleyrand del quale noi leggiamo tutte le lettere, e che non scrive che lettere. — Infine che dovrei io dire al Re? — Digli questo; «Sire, voi siete ingannato sulle disposizioni della Francia, sull’opinione delle città, sullo spirito dell’esercito. Quello che voi chiamate a Parigi il lupo della Corsica, che si chiama ancora l’usurpatore a Nevers, si chiama già Bonaparte a Lione e l’Imperatore a Grenoble. Voi lo credete circondato, perseguitato, in fuga; egli cammina rapido come l’aquila che porta; i suoi soldati, che voi credete morti di fame, stanchi dalla fatica e vicini a disertare, si aumentano come gli atomi di neve intorno al globo che si precipita. Sire, partite, abbandonate la Francia al suo vero padrone, a quello che l’ha conquistata; partite, Sire, non che voi corriate alcun pericolo: il vostro rivale è abbastanza forte per farvi grazia, ma perchè è umiliante per un nipote di S. Luigi il dovere la vita all’Eroe d’Arcole, di Marengo e d’Austerlitz.» Digli tutto ciò Gherardo o piuttosto, va, non dirgli niente, dissimula il tuo viaggio, non ti vantare di ciò che sei venuto a fare a Parigi; riprendi la posta; se tu hai volato su la strada per venire, divora lo spazio per ritornare; rientra a Marsiglia di notte, penetra in casa tua dalla porta di dietro e là resta ben tranquillo, ben umile, ben segreto, e soprattutto bene inoffensivo; perchè questa volta, te lo giuro, noi opereremo da persone rigorose e che conoscono i loro nemici; andate figlio mio, andate caro Gherardo, e mediante questa obbedienza agli ordini paterni, ovvero, se credete meglio, questa deferenza per i consigli di un amico, noi vi lasceremo nel vostro posto. Ciò sarà, soggiunse Noirtier sorridendo, un mezzo per voi di potermi salvare una seconda volta, se la bilancia politica un giorno rimetterà voi in alto, e me in basso. Addio mio caro Gherardo, al vostro prossimo ritorno discendete a casa mia. — E Noirtier uscì colla tranquillità che non lo aveva abbandonato un momento durante questa difficile conversazione. — Villefort, pallido e agitato, corse alla finestra, ne alzò la tenda, e lo vide passare in calma ed impassibile nel mezzo di due o tre uomini di cattivo aspetto imboscati agli angoli delle strade, che erano forse là per arrestare l’uomo dalle barbette nere, dal soprabito blu e dal cappello a larghe falde. Villefort restò così in piedi ed anelante fino a che suo padre disparve al crocivio di Bussy. Allora egli si slanciò sugli oggetti da lui lasciati; mise nel fondo del suo baule la cravatta nera, e il soprabito blu, contorse il cappello che cacciò sotto un armadio, ruppe la canna d’India in tre parti che gettò sul fuoco, si mise una berretta da viaggio, chiamò il suo cameriere, con uno sguardo gli proibì le mille interrogazioni che avrebbe avuto volontà di fargli, saltò nella carrozza che l’aspettava, seppe a Lione che Bonaparte era entrato a Grenoble; e in mezzo all’agitazione che regnava lungo l’intera strada giunse a Marsiglia, in preda a tutti i terrori che entrano nel cuore dell’uomo coll’ambizione e coi primi onori.
XIII. — I CENTO GIORNI.
Noirtier era un buon profeta, e le cose successero presto come egli aveva detto. Ciascuno conosce il ritorno dall’isola d’Elba, ritorno strano, miracoloso, che è senza esempio nel passato e resterà probabilmente senza imitazione nell’avvenire. Luigi XVIII non tentò che debolmente di riparare un colpo sì forte; la sua poca confidenza negli uomini gli toglieva quella degli avvenimenti. Il regno, o piuttosto la monarchia ricostituita da lui tremò sulla sua base ancora incerta. Villefort non ebbe dunque dal suo Re che una riconoscenza non solo inutile pel momento ma ben anche pericolosa, oltre quella croce di ufficiale della legione d’onore che egli ebbe la prudenza di non mostrare, quantunque de Blacas, come gli aveva raccomandato il Re, ne avesse fatto spedire sollecitamente il brevetto. Napoleone certamente avrebbe destituito Villefort senza la protezione di Noirtier divenuto onnipossente alla corte dei Cento giorni, sì pe’ perigli che aveva affrontati, come pei servigi che aveva renduti. Così, come gli era stato promesso, il Girondino del ’93 e il Senatore del 1806 protesse colui che lo aveva salvato il giorno prima. Tutta la potenza di Villefort si limitò adunque durante questa corta evocazione dell’impero, di cui fu facile prevedere la seconda caduta, a nascondere il segreto che Dantès era stato sul punto di divulgare. Il solo procuratore del re fu destituito essendo sospetto di freddezza in bonapartismo. Appena il potere imperiale fu stabilito, cioè appena l’Imperatore abitò le Tuglierie che abbandonava Luigi XVIII, ed ebbe spedito ordini senza numero da quel piccolo gabinetto ove noi abbiamo introdotti i nostri lettori con Villefort, e sul tavolino di nocciuolo sul quale ritrovò ancora aperta ed a metà piena la tabacchiera di Luigi XVIII; che Marsiglia, ad onta dell’attitudine dei suoi magistrati, cominciò a sentir fermentare nel suo seno i germi della guerra civile sempre male spenti nel mezzogiorno. Poco mancò allora che le rappresaglie non andassero al di là di qualche chiasso di cui furono assediati i regii, chiusi nelle loro case, o di pubblici affronti da cui furono perseguitati coloro che si avventurarono ad uscire. Per una naturale voltata di bordo, il degno armatore che noi abbiamo designato come appartenente alla fazione popolare, si trovò a sua volta, non dirò onnipossente, perchè Morrel era un uomo prudente e leggermente timido, come tutti quelli che hanno fatto una faticosa e lenta fortuna commerciale, ma in istato, quantunque fosse trattato di moderato dai zelanti bonapartisti, di alzare la voce per fare sentire i suoi reclami. Questi reclami, come s’indovinerà facilmente, erano in favore di Dantès. Villefort era rimasto in piedi ad onta della caduta del suo superiore, e il suo matrimonio, quantunque rimanesse stabilito, pure venne protratto a tempi più felici. Se l’Imperatore si conservava in trono, era un’altra alleanza che bisognava a Gherardo, e suo padre sarebbe stato incaricato di ritrovarla. Se una seconda restaurazione riconduceva Luigi XVIII in Francia l’influenza di S. Méran raddoppiava unitamente alla sua, e la meditata unione ritornava più convenevole. Il sostituto del procuratore del re era dunque momentaneamente il primo magistrato di Marsiglia, allorchè una mattina la sua porta s’aprì, e gli venne annunziato il Sig. Morrel. Un altro si sarebbe sollecitato di andare incontro all’armatore, e con questa sollecitudine avrebbe indicata la sua debolezza. Ma Villefort era un uomo superiore che aveva, se non la pratica, almeno l’istinto di tutte le cose. Egli fece fare adunque anticamera a Morrel, come se fosse stato sotto la restaurazione. Questi si aspettava di trovare Villefort abbattuto, ma lo ritrovò come lo aveva veduto sei settimane prima, cioè tranquillo, fermo e pieno di quella fredda gentilezza, la più insormontabile di tutte le barriere che separa l’uomo elevato dall’uomo volgare. Egli era penetrato nel gabinetto di Villefort convinto che il magistrato avrebbe tremato alla sua vista, ed egli invece si trovò tutto tremante e commosso innanzi a questo personaggio interrogatore che lo aspettava col gomito poggiato su lo scrittoio e il mento sulla mano. Egli si soffermò sulla soglia. Villefort lo guardò come se avesse avuto qualche difficoltà a riconoscerlo. Finalmente dopo qualche secondo di esame e di silenzio, durante il quale il degno armatore girava e rigirava il cappello fra le mani: — Il sig. Morrel, credo? disse Villefort. — Sì, signore, io stesso, disse l’armatore. — Avvicinatevi adunque, continuò il magistrato, facendo colla mano un segno di protezione, e ditemi a che debbo io l’onore di una vostra visita. — Non ve lo figurate, signore? domandò Morrel. — No, non saprei affatto; ciò però non impedisce che sia disposto ad esservi favorevole se la cosa è in mio potere. — La cosa dipende interamente da voi, disse Morrel. — Allora spiegatevi. — Signore, continuò l’armatore riprendendo la sua sicurezza a seconda che parlava, e incoraggito d’altronde dalla giustizia della sua causa e dalla chiarezza della sua posizione; vi ricordate voi che qualche giorno prima che si sapesse lo sbarco di S. M. l’imperatore, io era venuto a reclamare la vostra indulgenza per un disgraziato giovinotto, un marinaio, secondo a bordo del mio brick. Egli fu accusato, se vi ricordate, di relazioni coll’isola d’Elba; queste relazioni che erano delitto in quell’epoca, oggi sono titoli di favore. Voi servivate Luigi XVIII allora, e non gli usaste nessun riguardo, ed era vostro dovere; oggi voi servite Napoleone e dovete proteggerlo, questo pure è vostro dovere. Io vengo dunque a domandarvi che avvenne di lui.
Villefort fece uno sforzo violento su sè stesso. — E il nome di quest’uomo? domandò egli. — Edmondo Dantès.
Evidentemente Villefort sarebbe stato più contento di cimentare la palla di un suo avversario in un duello, che di sentir pronunziare questo nome a così poca distanza; ciò nonostante egli non mosse tratto del suo viso. Di tal maniera, si diceva a se stesso, non potrò essere accusato nell’arresto di questo uomo di un affare personale. — Dantès, ripetè egli, Edmondo Dantès diceste. — Sì, signore. — Villefort aprì allora un grosso registro posto in un vicino cassetto e ricorse ad un indice, dall’indice alla pagina indicata, quindi rivolgendosi all’armatore: — siete voi ben sicuro di non sbagliarvi, signore? gli disse nel modo più naturale. — Se Morrel fosse stato un uomo più furbo o meglio illuminato su questo affare, avrebbe ritrovato bizzarro che il sostituto del procuratore del re si fosse degnato rispondergli di tal maniera sopra materie estranee al suo ufficio, e si sarebbe domandato perchè Villefort non lo mandava piuttosto ai registri dei detenuti, ai governatori delle prigioni, al prefetto del dipartimento. Ma Morrel cercando invano del timore in Villefort non vi osservò più, dal momento che ogni timore sembrava mancasse, che molta condiscendenza. Villefort aveva colpito al segno.
— No, signore, disse Morrel, io non m’inganno; d’altra parte conosco il povero giovinotto da dieci anni, ed è impiegato da quattro anni sotto di me. Io venni, vel rammentate? saranno circa sei settimane a pregarvi di essere clemente con lui, come ora vengo a pregarvi di essere giusto; voi anzi mi riceveste molto male e mi rispondeste come uomo mal contento. Ah! allora i regii erano ben severi coi bonapartisti! — Signore, disse Villefort colla sua presenza e la sua calma ordinaria, io era regio allora perchè credeva i Borboni non solamente gli eredi legittimi del trono, ma eziandio gli eletti della nazione. Ma il ritorno miracoloso di cui siamo stati testimonii mi ha provato il mio inganno: il genio di Napoleone ha vinto. — Alla buon’ora, gridò Morrel colla sua buona e rozza franchezza, mi fa piacere sentirvi parlare in tal modo, e ne auguro bene per la sorte di Edmondo. — Aspettate adunque, riprese Villefort sfogliando un altro registro, l’ho trovato..... Un marinaro, non è così, che sposava una Catalana? Sì, sì, ora me ne ricordo: la cosa era molto grave. — Come? — Voi sapete che uscendo dal mio appartamento egli venne condotto alle prigioni del palazzo di giustizia? — Sì, ebbene? — Ebbene, io feci il mio rapporto a Parigi, mandai le carte ritrovate presso di lui, questo era il mio dovere, che volete... ed otto giorni dopo il suo arresto egli fu portato via. — Portato via! gridò Morrel: ma che cosa avranno potuto fare di questo giovanotto? — Oh! state tranquillo, egli sarà stato trasportato a Fenestrelles, a Pignerol, o alle isole S. Marguerite, ciò che si chiama sfrattato in termine di ufficio, e una bella mattina voi lo vedrete ritornare a prendere il comando del suo bastimento. — Che venga quando vuole, il suo posto gli sarà sempre conservato. Ma come mai non è ancora ritornato? Mi sembra che la prima cura della giustizia Imperiale dovrebbe essere quella di mettere in libertà coloro che erano stati incarcerati dalla giustizia regia. — Non accusate temerariamente, mio caro Morrel, rispose Villefort; in tutte le cose bisogna procedere legalmente. L’ordine di arresto era venuto dall’alto, bisogna che dall’alto venga pur quello della libertà. Ora Napoleone è rientrato, non sono appena quindici giorni, ed egualmente le lettere di abolizione appena possono essere state spedite. — Ma, domandò Morrel, non vi sarebbe modo di passar sopra a tutte le formalità? ora che noi trionfiamo, io godo di qualche influenza, e posso ottenere di far annullare il decreto. — Non ha avuto luogo alcun decreto. — Dell’ordine d’arresto, allora. — In materia politica non vi è registro d’arresto. Qualche volta i Governi han premura di fare sparire un uomo senza ch’egli lasci traccia del suo passaggio; le annotazioni sui registri degli arrestati lascerebbero campo a ricerche. — Ciò sarà stato un tempo forse, ma ora... — È sempre lo stesso in tutti i tempi, mio caro Morrel: i Governi si succedono, e si rassomigliano. La macchina penitenziaria montata sotto Luigi XIV continua pure oggi giorno, eccetto la Bastiglia che per un accidente fu spianata. L’Imperatore è sempre stato più rigoroso pel regolamento delle sue prigioni, di quello che non lo è stato lo stesso gran Re, e il numero dei carcerati di cui non si conserva alcuna traccia sui registri è incalcolabile.