Vicino alla baronessa, e quasi stesa sopra una poltrona, stava gettata Eugenia, e Cavalcanti in piedi.

Cavalcanti vestito di nero come un eroe di Goethe, scarpe verniciate, e calze di seta bianca a giorno, passava una mano molto bianca, e molto pulita, nei suoi capelli biondi, in mezzo dei quali scintillava un diamante, che, malgrado i consigli di Monte-Cristo, il vanitoso giovine non aveva potuto resistere al desiderio di passarsi al dito mignolo.

Questo movimento era accompagnato da sguardi assassini lanciati sopra madamigella Danglars, e da sospiri inviati al medesimo indirizzo che gli sguardi.

Madamigella Danglars era sempre la medesima, vale a dire bella, fredda, e motteggiatrice. Non le sfuggiva un solo dei sospiri, un solo degli sguardi d’Andrea; si sarebbe detto ch’essi strisciavano sulla corazza di Minerva; corazza che alcuni filosofi pretendono che qualche volta ricuopra il petto di Safo.

Eugenia salutò freddamente il conte, e approfittò delle prime preoccupazioni della conversazione per ritirarsi nella sua stanza da studio, da dove ben tosto esalarono due voci scherzose e rumorose, miste ai primi accordi di un piano, e fecero sapere a Monte-Cristo, che madamigella Danglars preferiva alla sua ed a quella di Cavalcanti, la società di madamigella Luigia d’Armilly sua maestra di canto.

Fu allora particolarmente che, parlando colla signora Danglars, e sembrando assorbito nella conversazione, il conte rimarcò la sollecitudine del sig. Andrea Cavalcanti, il suo modo di andare ad ascoltare la musica alla porta che non osava sorpassare, e di manifestare la sua ammirazione.

Ben presto rientrò il banchiere. Il suo primo sguardo fu per Monte-Cristo, è vero, ma il secondo fu per Andrea.

In quanto a sua moglie, egli la salutò con quel modo che molti mariti salutano le loro mogli.

— Queste signorine forse non vi hanno invitato a far musica assieme? domandò Danglars ad Andrea.

— Ahimè! no, signore, rispose Andrea con un sospiro più rimarchevole ancora degli altri.