— Oh! disse Alberto, non sarebbe compenso l’avere innanzi a sè una greca per parlarle di tutto ciò, di cui si parlerebbe ad una parigina; lasciatemi parlarle dell’Oriente.

— Questa è la conversazione che le è più aggradevole.

Alberto si voltò verso Haydée: — In quale età la signora ha lasciata la Grecia? domandò.

— Di cinque anni. — E vi ricordate della vostra patria?

— Quando chiudo gli occhi, rivedo tutto ciò che ho veduto. Vi sono due sguardi: lo sguardo del corpo che può qualche volta dimenticarsi, e quello dell’anima che non si dimentica mai.

— Qual è l’epoca più remota di cui possiate ricordarvi?

— Io camminava appena; mia madre, che si chiamava Vasiliki, e Vasiliki vuol dire reale, aggiunse la giovinetta sollevando la testa, mia madre mi prendeva per la mano, ed entrambe coperte da un velo, dopo aver messo nel fondo della borsa tutto l’oro che possedevamo, andavamo a domandare l’elemosina pei prigionieri dicendo: «Colui che dà ai poveri, presta all’Eterno.» Indi, quando la borsa era piena, ritornavamo al palazzo, e senza dir niente a mio padre, mandavamo tutto il danaro della questua, in cui ci avevano preso per povere donne, allo elemosiniere del convento, che lo divideva fra i prigionieri.

— Ed allora quant’anni avevate? — Tre anni, disse Haydée.

— Vi ricorderete dunque di tutto ciò che accadde intorno a voi dall’età di tre anni? — Di tutto.

— Conte, disse sottovoce Morcerf a Monte-Cristo, dovreste permettere alla signora di raccontarci qualche cosa della sua storia; mi avete proibito di parlarle di mio padre, ma forse me ne parlerà ella stessa; oh! quanto sarei felice di sentire il nostro nome uscir da una bocca così bella.