«Ella gli preparò l’acqua ghiacciata che mio padre beveva ogni momento, poichè dopo la sua ritirata nel chiosco era arso da una febbre ardente; gli profumò la bianca barba, e gli accese la pipa, di cui qualche volta, per ore intere, seguiva distrattamente con gli occhi il fumo che volteggiava nell’aria. D’improvviso egli fece un movimento sì rapido ch’io n’ebbi gran paura: indi senza staccare gli occhi dal punto che fissava la sua attenzione, domandò il cannocchiale. Mia madre glielo passò, più bianca della statua contro cui si appoggiò. Vidi la mano di mio padre tremare.

«— Una barca!... due, tre!... mormorò mio padre; quattro!... — E si alzò brandendo le armi, e versando, me ne sovvengo, della polvere nel bacinetto delle pistole:

«— Vasiliki, diss’egli a mia madre con un visibile fremito, fra mezz’ora sapremo la risposta del sublime imperatore; ritirati nel sotterraneo con Haydée.

«— Io non voglio lasciarvi, disse Vasiliki, se voi morrete, mio padrone, voglio morire con voi.

«— Andate presso Selim! gridò mio padre.

«— Addio, signore! mormorò mia madre obbediente, pieghevole come all’avvicinarsi della morte.

«— Traete con voi Vasiliki! disse mio padre ai suoi Palicari. — Ma io che veniva dimenticata, corsi a lui, stendendo le mie mani dalla sua parte; egli mi vide, ed inchinandosi verso me, mi premè la fronte con le sue labbra.

«Oh! quel bacio, quello fu l’ultimo, ed esso è sempre qua, sulla mia fronte. Nel discendere distinguemmo, a traverso le inferriate della terrazza, le barche che ingrandivano sul lago, e che, simili non molto prima a punti neri, sembravano già uccelli, radenti la superficie delle acque. In questo mentre, nel chiosco, venti Palicari, seduti a piè di mio padre e nascosti dai cespugli, spiavano con occhi sanguinosi l’arrivo di questi battelli, e tenevano pronti i loro lunghi fucili incrostati d’avorio e di argento: cartucce in gran numero erano sparse sul terreno. Mio padre guardava l’orologio, e passeggiava con angoscia. Ecco ciò che mi colpì quando lasciai mio padre dopo l’ultimo bacio che ricevetti da lui. Mia madre ed io traversammo il sotterraneo. Selim era sempre al suo posto; egli ci sorrise con tristezza. Noi andammo a cercar dei cuscini dall’altra parte della caverna, e venimmo a sedere vicino a Selim: nei grandi pericoli si cercano i cuori affezionati, e sebbene fossi fanciulla, sentiva per istinto che una gran disgrazia si aggravava sul nostro capo.

«Erano le quattro della sera, ma benchè il giorno fosse chiaro e lucente al di fuori, noi eravamo immersi nell’oscurità del sotterraneo. Una sola luce brillava nella caverna, a guisa di una tremante stella sopra un nero cielo, e questa era la miccia di Selim. Mia madre era cristiana, e pregava.

«Selim ripeteva a quando a quando queste sante parole: