— No, diss’ella, nol ricordo; ma forse più tardi me ne sovverrò, e lo dirò. — Alberto stava per pronunciare il nome di suo padre, allorchè Monte-Cristo alzò dolcemente il dito in segno di silenzio.

Il giovine si ricordò il giuramento, e tacque.

«Era verso questo chiosco che noi vogavamo.

«Un pianterreno ornato di arabeschi bagnava i suoi terrazzi nell’acqua, ed un primo piano che guardava sul lago, ecco quanto il palazzo offriva di visibile agli occhi.

«Ma al disotto del pianterreno, prolungandosi nell’isola stava un sotterraneo, vasta caverna ove fummo condotti, mia madre, io, e le nostre donne, ed ove giacevano formando un sol monticello, 60 mila borse, e 200 barili. In queste borse v’erano 25 milioni in oro, e nei barili 30 mila libbre di polvere. Vicino a questi ultimi stava Selim, quel favorito di mio padre, di cui vi ho parlato; egli vegliava giorno e notte, colla lancia alla mano, nell’estremità della quale ardeva una miccia accesa: aveva l’ordine di far saltare chiosco, guardie, pascià, donne e oro, al primo segnale di mio padre; mi ricordo che i nostri schiavi conoscendo questo terribile vicino, passavano il giorno e la notte a piangere, pregare e gemere. Non vi saprei dire quanti giorni siam rimasti così. A quell’ora ignorava ancora che cosa fosse il tempo. Qualche volta, ma raramente, mio padre faceva chiamar me e mia madre sulla terrazza del palazzo; eran per me le mie ore di festa, poichè nel sotterraneo non vedeva che ombre gementi, e la lancia ardente di Selim.

«Mio padre, seduto davanti ad una grande apertura, fissava un tetro sguardo sulla profondità dell’orizzonte, interrogando ciascun punto nero che compariva sul lago, mentre che mia madre, semi-stesa vicina a lui, gli appoggiava la testa sulla spalla, ed io scherzavo ai suoi piedi ammirando, con quella meraviglia dell’infanzia che ingrandisce sempre gli oggetti, il pendio del Pinto che s’ergeva sull’orizzonte, i castelli di Giannina che uscivan bianchi ed angolati dalle acque blu del lago, i tuffi immensi di verdura oscura attaccati come licheni alle rocce della montagna, che di lontano sembravano musco, e da vicino son giganteschi abeti e mirti immensi. Una mattina mio padre ci mandò a cercare; mia madre avea pianto tutta la notte; noi lo trovammo assai tranquillo, ma più pallido che d’ordinario.

«— Abbi pazienza, Vasiliki, diss’egli. Oggi tutto sarà finito, oggi giunge il firmato del Sultano, e la mia sorte sarà risoluta. Se la grazia è intera, ritorneremo trionfanti a Giannina; se le notizie son cattive, fuggiremo questa notte.

«— Ma se non ci lasciano fuggire? disse mia madre.

«— Oh! sii tranquilla, rispose Alì sorridendo; Selim e la sua lancia accesa mi rispondono di loro. Essi vorrebbero che io morissi, ma non a condizione di morire meco.

«Mia madre rispondeva con sospiri a queste consolazioni che non partivano dal cuor di mio padre.