— Voi conoscete bene la persona, rispose questi sorridendo. Poi rivolgendosi a Faria: Signore, diss’egli: — Ciò che chiedete è impossibile. — Ciò nonostante, riprese Faria, si tratterebbe di fare guadagnare al governo una somma enorme, una somma, per esempio, di cinque milioni! — In fede mia, disse l’ispettore, volgendosi al governatore, voi avete predetto perfino la cifra. — Vediamo, riprese Faria, accorgendosi che l’ispettore faceva un movimento per ritirarsi, non è poi assolutamente necessario che noi siamo soli: il sig. governatore potrà assistere al nostro colloquio.

— Disgraziatamente mio caro signore, disse il governatore, noi sappiamo già a memoria quello che voi volete dirci. Si tratta dei vostri tesori, n’è vero?

Faria guardò quest’uomo pungente, con certi occhi su cui un osservatore disinteressato avrebbe certamente veduto splendere il lampo della ragione e della verità.

— Senza dubbio, diss’egli, di che volete che io vi parli, se non di ciò?

— Sig. ispettore, continuò il governatore, vi posso raccontare questa storia tanto bene quanto Faria, essendo già quattro o cinque anni che me la sento risuonare alle orecchie. — Ciò prova, sig. governatore, disse Faria che voi siete di quella gente di cui parla la Scrittura, i quali hanno gli occhi e non vedono, hanno le orecchie e non sentono. — Mio caro signore, disse l’ispettore, il governo è ricco, e grazie a Dio, non ha bisogno dei vostri milioni; conservateli adunque pel giorno in cui uscirete di prigione.

L’occhio di Faria si dilatò; egli afferrò la mano dell’ispettore e soggiunse: — Ma se io non esco di prigione, se contro ogni giustizia mi si ritiene in questa segreta, se vi debbo morire senza aver lasciato il mio segreto ad alcuno, questo tesoro andrà dunque perduto? Non è meglio che il Governo ne profitti con me? Io andrò fino a sei milioni, signore! Sì, io lascerò sei milioni, e mi contenterò del resto, se mi si vorrà rendere la libertà.

— Sulla mia parola, disse l’ispettore a mezza voce, se non si sapesse che quest’uomo è pazzo, egli parla con un accento di tanta convinzione, da credere che dicesse la verità.

— Io non sono un pazzo, signore, e dico precisamente la verità, riprese Faria, che, con quella finezza di udito che è particolare ai prigionieri, non aveva perduto una sola delle parole dell’ispettore. Il tesoro di cui vi parlo esiste veramente, ed io sono pronto a firmare un trattato, in virtù del quale voi mi condurrete al luogo che verrà da me deputato: si scaverà la terra sotto i nostri occhi, e se io mentisco, se nulla vien ritrovato, se io son pazzo come voi dite, ebbene! voi mi condurrete in questa medesima carcere ove io resterò eternamente, e dove morrò senza più nulla domandar nè a voi, nè ad alcuno.

Il governatore si mise a ridere. — È lontano questo vostro tesoro? domandò egli. — A cento leghe di qui circa. — La cosa non è male immaginata, disse il governatore; se tutti i prigionieri volessero divertirsi a fare una passeggiata coi loro gendarmi per cento leghe, o se i guardiani acconsentissero a fare una simile passeggiata questo sarebbe un eccellente pretesto, che i prigionieri si procurerebbero per prendere la via dei campi alla prima occasione opportuna, e durante un simile viaggio l’occasione si presenterebbe certamente. Disgraziatamente però questo è un pretesto troppo conosciuto, ed il sig. Faria non ha neppure il merito dell’invenzione. — Poi volgendosi allo scienziato: — Vi ho domandato se siete bene nutrito? — Signore rispose Faria, giuratemi sul vostro onore di liberarmi se io dico la verità, e v’indicherò il luogo preciso ove è nascosto il tesoro.

— Siete contento del nutrimento?, ripetè l’ispettore.