— Ah! conoscete le mie teorie sul duello, vi ho fatta la mia proposta a Roma: ve ne ricordate?

— Però, caro conte, questa mattina, anzi poco fa, vi ho trovato nell’esercizio di una occupazione che non sta in armonia colle vostre teorie.

— Perchè, mio caro, non bisogna mai essere esclusivi. Quando si vive con pazzi, bisogna pur anche fare il noviziato da insensato; da un momento all’altro qualche cervello bollente, che non avrà maggior ragione di muovermi querela di quel che voi ne abbiate di cercar querela con Beauchamp, mi verrà a trovare per la prima frivolezza fatta, o mi manderà i suoi testimoni, o m’insulterà in un luogo pubblico: ebbene! questo cervello bollente bisogna bene che io lo uccida.

— Ammettete dunque che voi stesso vi battereste? or dunque perchè non volete ch’io mi batta?

— Non dico che non vi dobbiate battere, dico soltanto che il duello è una cosa grave, ed alla quale bisogna riflettere.

— Vi ha egli riflettuto per insultare mio padre?

— S’egli non vi ha riflettuto, e ve lo confessa, non bisogna averla con lui. — Ah! siete troppo indulgente.

— E voi troppo rigoroso. Vediamo, suppongo... ascoltate bene questo, ma non andate in collera per ciò che vi dico! suppongo che il fatto raccontato sia vero...

— Un figlio non deve ammettere una simile supposizione contro l’onore di suo padre.

— Siamo in un’epoca in cui si ammettono tante cose!