— Prendete Franz e Château-Renaud, ed a meraviglia.
— Ma infine, se avrò a battermi, mi darete almeno una piccola lezione di spada o di pistola?
— No, anche questa è una cosa impossibile.
— Che uomo singolare che siete! andate! allora voi non volete immischiarvene per niente?
— Per niente assolutamente. — Non se ne parli più. Addio conte. — Addio, visconte. — Morcerf prese il cappello ed uscì.
Alla porta trovò il suo cabriolet, e, contenendo il meglio che poteva la sua collera, si fece condurre da Beauchamp; questi era all’ufficio del suo giornale. Beauchamp era in uno studio oscuro e polveroso, come sono dalla fondazione tutti gli uffizii dei giornali. Gli fu annunciato Alberto de Morcerf. Si fece ripetere due volte l’annunzio; indi, non convinto ancora, gridò: — Entrate!
Alberto comparve. Beauchamp mandò un’esclamazione di sorpresa vedendo il suo amico oltrepassare i pacchi del giornale, e pestare con un piede male esercitato i giornali di tutte le grandezze che tappezzavano non già il piancito, ma le pietre rosse del suo uffizio.
— Per di qui! caro Alberto! diss’egli stendendo la mano al giovine; qual diavolo vi conduce? siete perduto come il piccolo Poucet, o venite a chiedermi una colazione? Procurate di trovarvi una sedia; osservate, laggiù, vicino a quel girannio.
— Beauchamp, è del vostro giornale che vengo a parlarvi.
— Voi, Morcerf? che desiderate? — Una rettificazione.