Benchè indebolito, il cervello del giovinotto fu colpito da quella vaga idea costantemente fissa nello spirito del prigioniero, la libertà. Questo rumore giungeva appunto nel momento in cui ogni altro rumore andava a cessare per lui: gli sembrò che Iddio si mostrasse alla fine placato delle sue sofferenze, e gl’inviasse questo rumore per avvertirlo di fermarsi sull’orlo della tomba, su cui già vacillava il suo piede. Chi poteva sapere che uno dei suoi amici, uno di quegli esseri prediletti ai quali aveva pensato sì spesso, che ne aveva consunto il pensiero, non si occupasse di lui in questo momento e non cercasse ad accorciare la distanza che li separava? ma no, Edmondo senza dubbio si sbagliava e non era che un’abberrazione fluttuante alla porta della morte. Però Edmondo sentiva sempre questo rumore: durò circa tre ore, dopo di che egli intese una specie di crollo; ed il rumore cessò.

Qualche ora dopo lo senti più forte e più vicino. Edmondo già prendeva interessamento a questo lavoro che gli faceva compagnia; quando il carceriere entrò. Da otto giorni che aveva fatta la risoluzione di morire, da quattro giorni che aveva cominciata a metterla in esecuzione, Edmondo non aveva indirizzata la parola a quest’uomo, non rispondendogli nemmeno, quando questi gli parlava per domandargli di qual malattia si credeva affetto, e si voltava dalla parte del muro quando credeva di essere osservato troppo attentamente. Ma oggi il carceriere poteva sentire il sordo rumore, allarmarsene, mettervi fine e disturbare così forse quella non so quale speranza, la cui sola idea lusingava gli ultimi momenti di Dantès.

Il carceriere portava la colazione. Dantès si sollevò dal letto ed alzando quanto più poteva la voce si mise a parlare su tutti gli argomenti possibili, sulla cattiva qualità dei viveri che gli erano portati, sul freddo che si soffriva in quella segreta, mormorando e brontolando per avere il diritto di gridar più forte, e stancando la pazienza del carceriere che precisamente in quel giorno aveva ottenuto per il prigioniero malato un brodo più sano e un pane più fresco, e che appunto allora glieli portava. Fortunatamente credette che Dantès delirasse; depose i viveri sulla cattiva tavola ov’era abituato a lasciarli e si ritirò. Edmondo libero allora, si rimise ad ascoltare con gioia. Il rumore diveniva così distinto che ora il giovinotto lo udiva senza sforzo. Non più dubbii, diss’egli a sè stesso, dappoichè questo rumore continua anche il giorno, giova credere esser qualche prigioniero che lavora per la sua liberazione. Oh! se io fossi vicino a lui; come lo aiuterei! ma di repente una tetra nube passò sopra questa aurora di speranza in quel cervello abituato all’infortunio, e che con somma difficoltà pareva prender parte alle gioie umane, perchè gli sorgeva l’idea che il rumore poteva essere causato dal lavoro di qualche operaio che il governo impiegava alle riparazioni di una prigione vicina.

Era facile l’assicurarsene; ma come arrischiare una domanda? certamente era cosa semplicissima aspettare l’arrivo del carceriere, fargli ascoltare questo rumore, e vedere quale aspetto prendeva; ma con una simile soddisfazione veniva egli a tradire interessi molto preziosi per una curiosità molto breve: disgraziatamente la testa d’Edmondo, campana vuota, era assordita dal ronzìo di un’idea, egli era così debole che il suo spirito fluttuava come un vapore, e non poteva condensarsi attorno ad un pensiero. Edmondo non vide che un mezzo di rendere la chiarezza alla sua riflessione e la lucidezza al suo giudizio; egli volse lo sguardo sul brodo ancor fumante che il carceriere aveva deposto sulla tavola, si alzò, andò barcollando fino a quella, prese la tazza, l’accostò alle labbra, e ne inghiottì il contenuto con una sensazione indicibile di benessere. Allora ebbe il coraggio di fermarsi là; aveva inteso dire che alcuni naufraghi disgraziati, raccolti, estenuati dalla fame, erano morti per avere ghiottamente divorato un nutrimento troppo sostanzioso. Edmondo depose sulla tavola il pane che teneva già vicino alla bocca, e andò a rimettersi sul letto. Non voleva più morire.

Ben presto sentì che la vita gli rientrava nel cervello, tutte le idee vaghe ed incerte riprendevano il loro posto in questa macchina meravigliosa. Potè pensare e fortificare il pensiero col ragionamento. Allora si disse:

— Bisogna tentare la prova, ma senza mettere in rischio alcuno. Se il lavoratore è un operaio ordinario io non dovrò che battere contro il mio muro; allora egli cesserà tosto dal lavorare, per cercare di indovinare chi è che batte e con quale scopo. Ma siccome il suo lavoro sarà non solamente lecito ma comandato, egli lo riprenderà ben presto. Se, al contrario, è un prigioniero, il rumore che io farò, lo spaventerà; temerà di essere stato scoperto; cesserà dal suo lavorio, e non lo riprenderà che questa sera quando crederà che ognuno sia a letto e addormentato.

Alzatosi di nuovo questa volta, le gambe non vacillavano più, gli occhi non erano più abbagliati. Andò verso un angolo della prigione, staccò un ciottolino isolato dall’umidità, e percosse tre colpi contro il muro nella stessa direzione in cui l’interno rumore era più sensibile.

Dopo il primo colpo il rumore era cessato come per incanto. Edmondo ascoltò con tutta l’anima. Passò un’ora, ne passarono due, e nessun nuovo rumore si fece sentire; egli aveva fatto nascere dall’altra parte della muraglia un assoluto silenzio. Edmondo pieno di speranza mangiò qualche boccone di pane, bevette un poco di acqua e mercè la forte struttura di cui era stato dotato, si ritrovò presso a poco come per lo innanzi. Passò la giornata, il silenzio durava sempre. Venne la notte senza che ricominciasse il rumore.

— È un prigioniero! disse Edmondo con una gioia indicibile.

Da quel momento la testa s’infuocò, la vita gli ritornò violenta a forza d’essere operosa. La notte passò senza che il minimo rumore si facesse udire: Edmondo non chiuse occhio.