Ritornò il giorno, il carceriere rientrò portando gli alimenti. Edmondo aveva già divorati quelli del giorno innanzi, divorò pur quelli che gli furono portati, ascoltando senza posa quel rumore che non si riproduceva, tremando che fosse cessato per sempre, facendo dieci o dodici leghe nella sua segreta, scuotendo per ore intere le sbarre di ferro del suo spiraglio, rendendo l’elasticità ed il vigore alle sue membra con un esercizio dimenticato da lungo tempo, e disponendosi a lottare corpo a corpo col suo futuro destino, come fa stendendo le braccia e spargendo il corpo d’olio il gladiatore che sta per entrare nell’arena.
Negli intervalli poi di questa febbrile operosità, ascoltava se il rumore si rinnovava, s’impazientava della previdenza di questo prigioniero che non indovinava essere stato distratto dalla sua opera di libertà da un altro prigioniero che aveva per lo meno al pari di lui la stessa fretta di essere liberato. Tre giorni passarono, settantadue ore mortali, contando minuto per minuto!
Finalmente una sera, dopochè il carceriere aveva fatta la sua visita, e dopo che per la centesima volta Dantès aveva applicato l’orecchio al muro, gli sembrò che uno scroscio impercettibile si ripercuotesse sordamente nella sua testa, messa a contrasto colle pietre silenziose. Dantès indietreggiò per ben raccogliere il suo cervello agitato; fece qualche passo nella camera, e rimise l’orecchio nella stessa direzione.
Non v’era più dubbio; si lavorava qualche cosa dall’altra parte; il prigioniero aveva riconosciuto il pericolo del suo stratagemma e ne aveva adottato certamente un altro, e per continuare la sua opera con maggior sicurezza, aveva sostituito la leva allo scalpello. Fatto ardito per questa scoperta, Edmondo risolvè di venire in aiuto all’infaticabile operatore. Cominciò dallo spostare il suo letto, dietro il quale gli sembrò che l’opera di liberazione si compisse e cercò cogli occhi un oggetto col quale avesse potuto intaccare la muraglia, far cadere il cemento umido e spostare finalmente una pietra; nulla gli si presentava allo sguardo, egli non aveva nè coltello, nè strumento tagliente. Di ferro non v’eran che le sue sbarre, ma ei si era troppo bene e spesso assicurato che queste erano ferme e non valeva neppur più il fastidio di provare a spostarle.
Per suppellettili della sua prigione non aveva che un letto, una sedia, una tavola, un secchio ed una brocca. Il letto aveva le traverse di ferro, ma queste erano incastrate nel legno e fermate con viti. Sarebbe abbisognato un cacciavite per levare queste viti e prendere le traverse. Alla tavola ed alla sedia niente. Il secchio altra volta aveva il manico; ma questo era stato tolto. Non restava più a Dantès che un mezzo, quello cioè di rompere la sua brocca, e coi pezzi di coccio ad angolo mettersi al lavoro. Egli lasciò cadere la brocca sul pavimento, e questa andò in pezzi. Dantès ne scelse due o tre più acuti, li nascose nel suo pagliereccio, e lasciò gli altri sparsi per terra. La rottura di una brocca era troppo naturale perchè potesse ridestare sospetti. Edmondo aveva tutta la notte per lavorare, ma nella oscurità l’affare andava male poichè bisognava lavorare a tastoni, e sentì ben presto che egli smussava l’informe istrumento contro una materia più dura di quello; risospinse adunque il letto, e aspettò il giorno. Colla speranza gli era ritornata la pazienza. Tutta la notte egli ascoltò, e intese che lo sconosciuto minatore continuava la sua opera sotterranea.
Venne il giorno, entrò il carceriere. Dantès disse che il giorno innanzi nel bere gli era sfuggita dalle mani la brocca, e che si era rotta cadendo. Il carceriere andò brontolando a cercare una brocca nuova, senza neppure prendersi l’incomodo di portar via i rottami della vecchia. Ritornò dopo un momento, raccomandò maggior cautela al prigioniero, ed uscì. Quest’ultimo ascoltò con una gioia indicibile lo stridere della chiave, che per lo innanzi ogni volta che si chiudeva gli serrava il cuore. Ascoltò l’allontanarsi del rumore dei passi; poi, quando questo rumore svanì, balzò dalla sua cuccia che spostò, e al debole raggio del giorno che penetrava nel carcere, potè vedere gl’inutili tentativi fatti nella notte precedente contro il corpo di una pietra invece di lavorare sul cemento che la circondava. L’umidità aveva fatto il cemento friabile. Dantès vide con un battito di cuore contento, che questo cemento si staccava a pezzetti i quali per altro erano quasi atomi, ma ciò nonostante in capo ad una mezz’ora Dantès ne aveva staccato un bel pugno. Un matematico avrebbe potuto calcolare che con due anni circa di questo lavoro, supposto che non si fosse incontrato alcun macigno, si poteva scavare un passaggio di due piedi quadrati e di ventisette piedi di profondità.
Il prigioniero si rimproverò allora di non avere impiegato in quest’opera le lunghe ore di già successivamente trascorse, sempre più lente, e che egli aveva perdute nella speranza, nella preghiera e nella disperazione. Dopo sei anni circa, dacchè era chiuso in quel carcere, qual lavoro, per quanto lento non avrebbe potuto egli compiere? questa idea gl’infuse un nuovo ardore.
In tre giorni giunse, in mezzo ad inaudite cautele, a togliere tutto il cemento, ed a mettere allo scoperto il macigno; il muro era formato di frantumi di pietra in mezzo ai quali per aumentare la solidità era di tratto in tratto posto un macigno. Uno di questi macigni era stato da lui scoperto in tutto il suo contorno, ed ora si trattava di toglierlo dal suo sito. Dantès dapprima provò colle unghie, ma esse erano insufficienti all’uopo. I frantumi della brocca introdotti nelle connessure, si rompevano allorchè Dantès voleva servirsene a guisa di leva. Dopo un’ora d’inutili tentativi, Dantès si rialzò col sudore dell’angoscia sulla fronte. Stava egli forse per fermarsi in sul principio, ovvero gli abbisognava aspettare inerte ed inutile il suo vicino, che forse si sarebbe anche egli stancato, pria di avere compito l’opera?
Allora un’idea gli venne in pensiero, egli rimase in piedi sorridendo; la fronte umida pel sudore abbandonata si asciugò.
Il carceriere portava tutti i giorni la minestra di Dantès in una casseruola di latta, contenente la sua zuppa e quella di un altro prigioniero, poichè Dantès aveva notato che questa casseruola era sempre o interamente piena, o piena a metà, secondo che il carceriere incominciava la distribuzione dei viveri o da lui o dal suo compagno. La casseruola aveva un manico di ferro; era questo che Dantès anelava, e che avrebbe pagato in contraccambio, se gli fosse stato chiesto, dieci anni della sua vita. Il carceriere versava il contenuto della casseruola nel piatto di Dantès. Dopo aver mangiata la minestra con un cucchiaio di legno, Dantès lavava questo piatto, che serviva così ogni giorno. La sera Dantès pose il piatto per terra a mezza strada fra la porta e la tavola; il carceriere entrando vi mise il piede sopra, e lo ruppe in mille pezzi.