Questa volta non vi era nulla da dire contro Dantès: egli aveva fatto male di lasciare il piatto per terra, è vero, ma il carceriere aveva avuto torto di non guardare ove metteva i piedi. Il carceriere si contentò adunque di brontolare, poi guardò intorno a lui dove poteva mettere la minestra, il servizio da tavola di Dantès si limitava a quel solo piatto, quindi non v’era luogo a scegliere.
— Lasciate la casseruola, disse Dantès; la riprenderete domani quando mi portate la colazione.
Questo consiglio andava d’accordo con la pigrizia del carceriere, che per tal modo non aveva bisogno di risalire, scender di bel nuovo, e tornare a risalire poi. Egli lasciò la casseruola.
Dantès fremè per la gioia; questa volta mangiò sollecitamente la minestra e la carne che, secondo l’uso delle prigioni, vien messa in mezzo alla minestra. Poi dopo avere aspettato un’ora per esser certo che il carceriere non si sarebbe pentito, allontanò il letto, prese la casseruola, introdusse l’estremità del manico nel cemento, fra il macigno e i rottami di pietra vicini, e cominciò a farlo fare da leva. Una leggiera oscillazione assicurò Dantès che il lavoro prendeva buona piega. In fatto in capo a un’ora la pietra era tolta dal muro ove lasciava una buca di un diametro maggiore di un piede e mezzo. Dantès raccolse con molta cura il calcinaccio, e lo portò negli angoli della prigione, grattò la terra grigiastra con un frammento della sua brocca, e ricoperse il calcinaccio di terra. Poi volendo mettere a profitto questa notte in cui la combinazione, o meglio lo stratagemma che aveva immaginato, ponevagli fra le mani un utensile così prezioso continuò a scavare con tutta operosità. All’alba del seguente giorno ripose la pietra nel foro, respinse il letto contro il muro e vi si coricò. La colazione consisteva in un po’ di pane; il carceriere entrò, e lo posò sulla tavola.
— Ebbene! non mi portate un altro piatto?
— No, disse il carceriere; voi siete un rompitutto, avete rotta la vostra brocca, e siete stato causa che io abbia infranto il vostro piatto; se tutti i prigionieri facessero tanti guasti quanti ne fate voi, il governo non potrebbe durarla. Vi si lascia la casseruola dentro cui d’ora in poi si verserà la vostra minestra, ed in tal modo forse non romperete più i vostri utensili. — Dantès levò gli occhi al cielo, giunse le mani al di sotto della coperta. Questo ferro, di cui egli restava padrone, fe’ nascere nel suo cuore il più vivo slancio di riconoscenza verso il cielo, che non gli era stato mai inspirato nel tempo della sua passata vita dai grandi beni che aveva ottenuti. Soltanto egli aveva osservato, che dal momento in cui aveva cominciato a lavorare, l’altro prigioniero non lavorava più. Non importa; questa non era una ragione per desistere dall’impresa; se il suo vicino non progrediva verso di lui, egli andrebbe incontro al suo vicino. In tutta la giornata Dantès lavorò senza riposo; la sera aveva, mercè il suo nuovo istrumento, levato dal muro più di dieci pugni di calcinaccio, rottami e cemento. Quando giunse l’ora della visita, raddrizzò alla meglio il manico della casseruola che aveva storto, e rimise il recipiente al posto consueto. Il carceriere vi versò l’ordinaria razione di minestra e carne, o piuttosto di minestra e pesce perchè quello era un giorno di magro, e tre volte per settimana facevano mangiar di magro i prigionieri. Questo avrebbe potuto essere ancora un mezzo per misurare il tempo, se Dantès non avesse da molto tempo abbandonato tale calcolo. Versata la minestra il carceriere si ritirò. Dantès volle allora assicurarsi se il suo vicino aveva cessato effettivamente di lavorare: e si mise in ascolto. Tutto era silenzioso come in quei tre giorni nei quali fu interrotto il lavoro. Dantès sospirò: evidentemente il suo vicino non si fidava di lui. Ciò nonostante non si perdette di coraggio e continuò a lavorare tutta la notte. Ma dopo due tre ore di lavoro, egli incontrò un ostacolo: il ferro non intaccava più, e scorreva sopra una superficie piana. Dantès toccò l’ostacolo colla mano, e riconobbe che egli aveva raggiunto un trave. Questo trave traversava o piuttosto sbarrava del tutto il foro incominciato da Dantès: gli bisognava scavare dal sotto in su. Il disgraziato giovine non aveva pensato ad un simile ostacolo. — Oh! mio Dio! gridò egli, io aveva pregato tanto, che sperava mi aveste inteso: dopo aver perduta la libertà della vita, dopo avere smarrita la calma della notte, dopo avermi richiamato all’esistenza, abbiate pietà di me, non mi lasciate morir disperato.
— Chi parla di Dio e di disperazione nello stesso tempo? articolò una voce che sembrava venire di sotto terra, e che, attenuata dall’opacità, giungeva a Edmondo con un accento sepolcrale.
Edmondo sentì drizzarsi i capelli sulla testa, e dette addietro cadendo in ginocchio. — Ah! mormorò egli, finalmente sento parlare un uomo! — Erano già quattro o cinque anni che non aveva sentito parlare altri che il suo carceriere, ed il carceriere non è considerato un uomo dal prigioniero: egli è una porta viva aggiunta a quella di quercia, è una sbarra di carne e d’ossa aggiunta a quelle di ferro.
— In nome del cielo! gridò Dantès, voi che avete parlato, continuate a parlare quantunque la vostra voce mi abbia spaventato; chi siete?
— Chi siete voi piuttosto? domandò la voce.