— E dite che questo matrimonio è sul punto d’effettuarsi?
— Oh! mio Dio! sì, ad onta di tutto ciò che ho potuto dire: non conosco il giovine, lo si pretende ricco e di buona famiglia, ma per me tali cose non son che un semplice si dice: ho ripetuto tutto questo fino alla sazietà al sig. Danglars, ma egli si è ostinato col suo Lucchese. Sono perfino giunto a fargli parte di una particolarità, che per me è gravissima: il giovine è stato cambiato a balia, allevato dai zingari, o perduto dal suo precettore, non so troppo bene. Ma quello ch’io so, si è che suo padre lo ha perduto di vista per più di dieci anni; ciò che ha fatto durante questi dieci anni di vita errante, Dio solo lo sa; le sue carte, eccole. Io le mando a loro, ma me ne lavo le mani.
— E madamigella d’Armilly, domandò Beauchamp, che cera vi fa, che le portate via la sua allieva?
— Diamine! non so troppo: ma sembra che ella parta per l’Italia. La sig.ª Danglars mi ha parlato di lei, e mi ha domandate delle lettere per gl’impresarii: io le ho date due righe pel direttore del teatro Valle, che mi ha qualche obbligazione. Ma che avete dunque, Alberto? avete l’aria ben trista; sareste forse, senza accorgervene, innamorato di madamigella Danglars?
— No, ch’io sappia, disse Alberto sorridendo amaramente.
Beauchamp si mise a guardare i quadri.
— Ma finalmente, continuò Monte-Cristo, non siete del solito umore. Sentiamo, che cosa avete?
— Ho l’emicrania, disse Alberto.
— Ebbene! caro visconte, disse Monte-Cristo, ho per questi casi un rimedio infallibile da proporvi; rimedio che è sempre riuscito a me stesso, ogni qualvolta ho sofferto qualche contrarietà.
— E quale? domandò il giovine.