— Sì, questa è circa la distanza che separa la mia camera dalla vostra, soltanto ho mal calcolato la curva, per mancanza di strumenti di geometria, per poter fare una scala di proporzioni: in vece di 40 piedi di ellissi, ne ho incontrati 50; io credeva, come vi dissi ieri, di giungere fino all’esterno, traforare questo muro, e gettarmi in mare. Ho seguito la lunghezza del corridore che mette nella vostra camera, invece di passarvi al di sotto. Tutto il mio lavoro però è perduto, dappoichè questo corridore mette capo in un cortile pieno di guardie.

— È vero, disse Dantès, ma esso non fiancheggia che un lato della mia camera, e questa ne ha quattro.

— Sì, senza dubbio; ma eccone uno il cui muro è formato dallo scoglio: vi abbisognerebbero dieci anni di lavoro, e minatori forniti di tutti gli utensili per traforare la roccia. Quest’altro deve essere addosso ai fondamenti dell’appartamento del governatore: noi riusciremmo nelle cantine che certamente sono chiuse a chiave, e saremmo presi. L’altro lato dà... aspettate... e dove mette quest’altro lato?

Questo lato era quello in cui stava scavata la feritoia, attraverso la quale penetrava la luce: feritoia, che andava sempre ristringendosi fino al punto in cui dava passaggio al giorno, e per la quale un fanciullo, per quanto piccolo, non avrebbe certamente potuto passare; e per soprappiù guernita da tre ranghi di sbarre di ferro che potevano rassicurare il carceriere più sospettoso sul timore di una evasione per questa parte. Ciò nonostante il nuovo arrivato facendo questa domanda, trascinò la tavola al di sotto della finestra.

— Salite su questa tavola, disse a Dantès. Dantès obbedì, salì sulla tavola e, indovinando la mente del compagno, appoggiò il dorso al muro e gli presentò le due mani incrociate. Il suo compagno salì allora, più lestamente di quello che avrebbe potuto far credere la sua età, e con un’abilità da gatto, balzò sulla tavola, poi dalla tavola sulle mani di Dantès, quindi dalle mani sulle spalle. Così curvato in due, perchè la volta del carcere gl’impediva di raddrizzarsi, introdusse la testa tra il primo rango delle sbarre e potè allora fissare lo sguardo dall’alto in basso. Un momento dopo ritirò pesantemente la testa. — Oh! oh! diss’egli, io ne dubitava. — E si lasciò andare strisciando lungo il corpo di Dantès sulla tavola, e dalla tavola balzò in terra.

— E di che cosa dubitavate? domandò Edmondo saltando anch’egli dalla tavola dopo di lui.

Il vecchio prigioniero meditava. — Sì, diss’egli, è così; il quarto lato del vostro carcere mette sopra una galleria esterna, che è una specie di strada di perlustrazione, per la quale passano le pattuglie ed ove sono poste le sentinelle.

— Ne siete ben sicuro? — Ho veduto il cappello del soldato e la punta della sua baionetta, e pel timore di essere veduto da lui mi son così presto ritirato. — E così? disse Dantès.

— E così, vedete bene, che è affatto impossibile di fuggire dal vostro carcere.

— Allora?... continuò il giovinotto con un mesto accento interrogatore. — Allora, disse il vecchio prigioniero, sia fatta la volontà di Dio; — ed un’aria di profonda rassegnazione comparve sopra i lineamenti del vecchio. Dantès guardò quest’uomo, che rinunciava in tal modo e con tanta filosofia ad una speranza nudrita da sì lungo tempo con una sorpresa mista ad ammirazione.