Alberto fece sembiante di non capire, salutò sua madre ed uscì. Appena il giovine ebbe chiusa la porta, Mercedès fece chiamare un servitore di confidenza, e gli ordinò di seguire Alberto ovunque andasse nella serata, e di venirlene a rendere conto sul momento. Indi suonò per la sua cameriera, e quantunque fosse assai debole, si fece vestire per esser pronta ad ogni avvenimento.

La commissione data al lacchè non era difficile ad eseguirsi. Alberto rientrò nelle sue camere, e si rivestì con una specie di ricercata severità. Beauchamp giunse alle otto meno dieci minuti; egli aveva veduto Château-Renaud che gli aveva promesso di trovarsi in orchestra prima dell’alzata del sipario. Salirono entrambi nel coupé d’Alberto che, non avendo alcun motivo di nascondere ove andava, disse ad alta voce: — All’Opera. Nella sua impazienza era entrato prima assai dell’alzata del sipario. Château-Renaud era al suo posto; avvisato di tutto da Beauchamp, Alberto non aveva alcuna spiegazione da dargli. La condotta di questo figlio che cercava di vendicare suo padre era così semplice, che Château-Renaud non osò neppure di dissuaderlo e si contentò di rinnovargli l’assicurazione ch’egli era a sua disposizione. Debray non era ancora giunto, ma Alberto sapeva che difficilmente mancava ad una rappresentazione. Alberto andò errando pel teatro fino all’alzata del sipario. Egli sperava d’incontrare Monte-Cristo, o nei corridoi o per le scale; il campanello lo richiamò al suo posto, ed andò a sedersi in orchestra fra Beauchamp e Château-Renaud.

Ma Alberto non levò un momento gli occhi dal palco dell’intercolunnio, che durante tutto il primo atto sembrava ostinarsi a rimanere vuoto. Finalmente, mentre Alberto per la centesima volta guardava l’orologio, al principio del second’atto la porta del palco si aprì, e Monte-Cristo vestito di nero, entrò e si appoggiò al parapetto per guardare in platea; Morrel lo seguì, cercando cogli occhi sua sorella e suo cognato. Egli li scoperse in un palco del second’ordine e loro fece un segno. Il conte, gettando il suo colpo d’occhio circolare nella sala, scoperse una testa pallida, e due occhi scintillanti, che sembravano evidentemente attirare i suoi sguardi; egli riconobbe Alberto, ma l’espressione ch’egli notò in questo viso contraffatto lo consigliò senza dubbio di far sembiante di non averlo osservato. Senza far dunque alcun movimento che scoprisse il suo pensiero, si assise, cavò l’occhialetto dall’astuccio, e guardò da un’altra parte.

Ma senza sembrare di guardare Alberto il conte non lo perdeva di vista ed allora quando fu calato il sipario alla fine del secondo atto, il suo colpo d’occhio infallibile e sicuro seguì il giovine che usciva dall’orchestra accompagnato dai suoi due amici. Indi la stessa testa ricomparve ai cristalli di un palco posto di rimpetto al suo. Il conte sentì approssimarglisi la tempesta, e quando intese la chiave girare nella serratura del suo palco, quantunque in quello stesso punto parlasse a Morrel col viso più ridente, il conte sapeva che cosa doveva aspettarsi, e si era preparato a tutto.

La porta s’apri. Monte-Cristo si voltò soltanto allora, e vide Alberto livido e tremante; dietro a lui erano Beauchamp e Château-Renaud.

— Osservate! gridò egli con quella benevola gentilezza che distingueva il suo saluto dalla fatua civiltà della società, ecco il mio cavaliere giunto alla meta. Buona sera sig. de Morcerf. — Ed il viso di quest’uomo straordinariamente padrone di sè stesso, esprimeva la più perfetta cordialità. Morrel si ricordò soltanto allora della lettera che aveva ricevuta dal visconte, e nella quale, senz’altra spiegazione, questi lo pregava di ritrovarsi all’Opera, e capì subito che stava per accadere qualche cosa di terribile.

— Noi non veniamo qui per ricambiarci ipocrite gentilezze, o false apparenze d’amicizia, disse il giovine, veniamo a domandarvi una spiegazione sig. conte.

La voce tremante del giovine durava fatica e passare fra i suoi denti stretti.

— Una spiegazione all’Opera? disse il conte con un tuono così tranquillo, ed un colpo d’occhio così penetrante, che si riconobbe da questa doppia caratteristica l’uomo eternamente padrone di sè stesso. Per quanto sia poco familiare alle costumanze parigine, non avrei creduto, signore, che qui si domandassero spiegazioni.

— Però, quando le persone si tengono nascoste, disse Alberto, quando non si può giungere fino a loro sotto il pretesto che son al bagno, a tavola, o a letto, bisogna bene indirizzarsi loro ove si trovano.