— Madre mia, disse Alberto con fermezza, non posso farvi dividere la sorte che destino a me stesso; bisogna che da ora innanzi io viva senza nome e senza fortuna; per cominciare il noviziato di questa cruda esistenza, fa d’uopo che io chieda in prestito ad un amico il pane che mangerò da questo momento fino a quello in cui potrò guadagnarmene. Così mia buona madre, me ne vado diritto da Franz a pregarlo di prestarmi quella piccola somma che ho calcolato essermi necessaria.

— Tu, mio povero figlio, gridò Mercedès, soffrire la fame! non dirlo, infrangeresti tutte le mie risoluzioni.

— Ma non parliamo delle mie, madre mia, rispose Alberto. Io sono giovine, sono forte, credo di essere coraggioso, e fin da ieri ho imparato che cosa può la mia volontà. Ahimè! madre mia, vi sono degli esseri che hanno sofferto tanto, e che non solo non sono morti, ma che ancora hanno edificato una nuova fortuna, sugli avanzi di tutte le speranze che Dio avea loro date! Io ho saputo questo, madre mia, ho veduto questi uomini; so che dal fondo dell’abisso in cui li aveva immersi il loro nemico, essi si sono rialzati con tanto vigore e tanta gloria, che hanno dominato il loro antico vincitore e lo hanno a sua volta precipitato. No, madre mia, no: io ho rotto da quest’oggi col passato, e non ne accetto più niente, neppure il mio nome, perchè, voi lo capite, non è vero madre mia? vostro figlio non può portare il nome di un uomo che deve arrossire davanti ad un altro uomo.

— Alberto, figlio mio, disse Mercedès, se io avessi avuto un cuore più forte, sarebbe stato questo il consiglio che ti avrei dato; la tua coscienza ti ha parlato quando la mia spenta voce taceva; ascolta la tua coscienza, figlio mio. Tu avevi degli amici, Alberto, tronca momentaneamente ogni rapporto con loro, ma non disperare, in nome di tua madre! La vita è ancor bella alla tua età, mio caro Alberto, perchè tu hai appena ventidue anni; e siccome ad un cuore così puro quale è il tuo abbisogna un nome senza macchia, prendi quello di mio padre: egli si chiamava Herrera. Io ti conosco, Alberto mio; qualunque sia la carriera che tu segua, in breve tempo renderai questo nome illustre. Allora, amico mio, ricomparisci nel mondo più splendido ancora pel lustro delle tue passate disavventure; e se non avesse da accadere così ad onta di tutte le mie previsioni, lasciami almeno questa speranza, a me che non avrò più altro pensiero, a me che non ho più un avvenire e per la quale la tomba comincia dalla soglia di questa casa.

— Io farò secondo i vostri desiderii, madre mia, disse il giovine; sì, io divido la vostra speranza: la collera del cielo non perseguiterà voi così pura, me così innocente. Ma poichè noi siamo risoluti, si operi prontamente. Il sig. de Morcerf ha lasciato il palazzo sarà circa mezz’ora; l’occasione, come vedete, è favorevole per evitare il rumore e le spiegazioni.

— Io vi aspetto, figlio mio, disse Mercedès.

Alberto corse tosto sul baluardo da dove ritornò in una vettura da nolo che doveva condurli fuori del palazzo; si ricordò di una certa piccola casa ammobiliata, nella strada dei SS. Padri, ove sua madre troverebbe un alloggio modesto ma decente; ritornò adunque a prender la contessa.

Nel momento in cui la carrozza si fermava davanti alla casa, e quando Alberto ne discendeva, un uomo si avvicinò a lui e gli consegnò una lettera. Alberto riconobbe l’intendente di Monte-Cristo. — Dal conte, disse Bertuccio.

Alberto prese la lettera, l’aprì, la lesse. Dopo averla letta, cercò cogli occhi Bertuccio; ma questi era sparito mentre il giovine leggeva.

Allora Alberto colle lagrime agli occhi, il petto gonfio dall’emozione rientrò nella camera di Mercedès, e senza pronunziare una sola parola le presentò la lettera.