— Al contrario, disse il conte, non ci conosciamo.
— Bah! disse Monte-Cristo colla stessa flemma da disperare, vediamo un poco. Non siete voi il soldato Fernando che disertò la vigilia della battaglia di Waterloo? Non siete voi il sotto-tenente Fernando che ha servito di guida e di spia all’esercito francese in Ispagna? Non siete voi il capitano Fernando che ha tradito, venduto, assassinato il suo benefattore, Alì? E tutti questi Fernandi riuniti non hanno essi formato il tenente generale conte de Morcerf, pari di Francia?
— Oh! gridò il generale colpito da queste parole come da un ferro arroventato; oh! miserabile che mi rimproveri la mia onta, nel momento forse in cui tu stai per uccidermi! no, non ti ho detto d’esserti sconosciuto; so bene, demonio, che tu hai penetrato nella notte del passato, e che tu hai letto al chiarore di qual fiaccola, io l’ignoro! tutte le pagine della mia vita; ma forse ho ancora più onore, nel mio obbrobrio, che tu sotto le tue pompose apparenze. No, no, io ti sono conosciuto, lo so, ma sei tu che io non conosco, avventuriere ricoperto d’oro e di gemme: tu ti sei fatto chiamare a Parigi conte di Monte-Cristo; in Italia Sindbad il marinaio; a Malta che so io? l’ho dimenticato. Ma è il tuo vero nome quello che ti domando, è il tuo vero nome quello ch’io voglio sapere, fra i tuoi cento nomi, affinchè io lo pronunci sul terreno del combattimento, nel punto in cui t’immergerò la mia spada nel cuore.
Il conte di Monte-Cristo impallidì in un modo terribile, il suo occhio bieco s’infuocò, fece uno sbalzo nel gabinetto attinente alla sua camera, ed in men di un secondo, si strappò la cravatta, l’abito ed il gilè, indossò una piccola giacca da marinaro, si mise un cappello da un uomo di bastimento, sotto il quale si sciolsero i suoi lunghi capelli neri. Ritornò così, spaventevole, implacabile, camminando colle braccia incrociate incontro al generale, che l’aspettava, e che sentendo i suoi denti stridere, e le sue gambe piegarglisi sotto, rinculò di un passo, e non si fermò che trovando in una tavola un punto d’appoggio per la sua mano increspata.
— Fernando, gli gridò il conte, dei miei cento nomi, non avrei bisogno che di dirtene un solo per fulminarti: ma questo nome tu lo indovini, non è vero? o piuttosto tu te lo ricordi? poichè ad onta di tutti i miei dispiaceri, di tutte le mie torture, io oggi ti mostro un viso che la felicità dalla vendetta ringiovanisce, un viso che tu devi aver veduto molte volte nei tuoi sogni dopo il tuo matrimonio... con Mercedès, mia fidanzata!
Il generale rimase colla testa rovesciata in addietro, le mani stese, lo sguardo fisso, divorando in silenzio questo terribile spettacolo; indi andando a cercare il muro, come per ritrovare un punto d’appoggio, vi si strisciò lentamente fino alla porta, dalla quale uscì all’indietro, lasciando sfuggire questo solo grido lugubre, lamentevole, dilaniante.
— Edmondo Dantès! — Indi, con dei sospiri che nulla avevano dell’umano, si trascinò fino al peristilio della casa, traversò il cortile come un uomo ubbriaco, e cadde fra le braccia del suo cameriere mormorando soltanto con voce inintelligibile: — A casa! a casa!
Cammin facendo, la freschezza dell’aria, e l’onta che gli causava l’attenzione della sua servitù, lo rimisero in istato di raccogliere le sue idee; ma il tragitto fu corto, e a seconda che si avvicinava alla sua abitazione, il conte sentiva rinnovarsi tutte le sue angosce. A qualche passo dalla casa fece fermare e discese. La porta del palazzo era aperta in tutta la sua grandezza; una vettura da nolo sorpresa di essere chiamata in quella magnifica dimora, stazionava in mezzo al cortile; il conte la guardò con terrore, ma senza aver coraggio d’interrogare alcuno, e si slanciò verso il suo appartamento. Due persone discendevano la scala; egli non ebbe che il tempo di gettarsi in un gabinetto per evitarle. Era Mercedès appoggiata al braccio di suo figlio che abbandonavano la casa.
Essi passarono a due linee dal disgraziato, che nascosto dietro la portiera di damasco, fu sfiorato in qualche modo dalla veste di seta di Mercedès, e sentì il tiepido alito di queste parole pronunciate da suo figlio:
— Coraggio, madre mia! venite, venite, noi qui non siamo più in casa nostra. — Le parole si estinsero, i passi si allontanarono. Il generale si raddrizzò tenendosi sospeso colle mani increspate alla portiera di damasco; egli comprimeva il più orribile singulto che fosse mai uscito dal petto di un padre, abbandonato ad un tempo dalla moglie, e dal figlio. Ben presto intese sbattere lo sportello della carrozza, poi la voce del cocchiere; indi la pesante macchina rintronò nei vetri; allora si slanciò nella sua camera da dormire per vedere anche una volta tutto ciò che aveva amato nel mondo; ma la carrozza partì, senza che la testa di Mercedès o quella d’Alberto fosse comparsa al finestrello per dare alla casa solitaria, per dare al padre ed allo sposo abbandonato, l’ultimo sguardo, l’addio ed il rammarico, vale a dire il perdono. Così, al momento stesso in cui le ruote della carrozza rintronavano sul pavimento posto sotto la volta, s’intese un colpo di arme da fuoco, ed un tetro fumo uscì da uno dei vetri di quella finestra della camera da dormire, infranto dalla forza di quella esplosione.