— Vedete che vi sbagliavate, mormorò il magistrato; venite a vederla, e sul suo letto di dolore chiedetele scusa di averla sospettata.
— Ciascuna volta che voi mi avete chiamato, disse il sig. d’Avrigny, era sempre troppo tardi; non importa, vengo, ma affrettiamoci, signore; coi nemici che battono in casa vostra non vi è tempo da perdere.
— Oh! questa volta, dottore, non mi rimprovererete più la mia debolezza; riconoscerò l’assassino e lo colpirò.
— Tentiamo prima di salvare la vittima, poi penseremo a vendicarla, disse d’Avrigny. Venite!
Ed il cabriolet che aveva condotto Villefort lo riaccompagnò al gran trotto in unione al sig. d’Avrigny, nello stesso tempo in cui dal canto suo Morrel batteva al portone di Monte-Cristo. Il conte era nel suo gabinetto, e, molto pensieroso, leggeva una parola che Bertuccio gli aveva inviato in tutta fretta. Per lui come pel conte erano passate molte cose in queste due ore; poichè il giovine che lo aveva lasciato col sorriso sulle labbra, adesso ritornava col viso tutto sconvolto. Egli si alzò, e corse davanti a Morrel.
— Che cosa c’è dunque, Massimiliano? gli domandò; siete pallido, e la vostra fronte è irrigata dal sudore.
Morrel cadde sopra un seggio: — Sì, disse egli, io sono venuto in fretta; ho bisogno di parlarvi.
— Stanno tutti bene in casa vostra? domandò il conte con una benevolenza affettuosa sulla sincerità della quale nessuno avrebbe potuto ingannarsi.
— Grazie, conte, grazie, disse il giovine impacciato visibilmente per cominciare la conversazione; sì, nella mia famiglia tutti stanno bene.
— Tanto meglio; però voi avete qualche cosa a dirmi?