Edmondo sempre più meravigliato cominciava quasi a ritrovare soprannaturali le facoltà di quest’uomo straordinario. Egli volle prenderlo in fallo sopra un punto qualunque, e continuò: — Ma se non vi hanno dato delle penne, diss’egli, come avete potuto scrivere un’opera così voluminosa?
— Ne ho fatte dell’eccellenti, che sarebbero preferite alle penne ordinarie quando fosse conosciuta la materia, colle cartilagini delle teste di quei grossi merluzzi che qualche volta ci danno nei giorni di magro. Per tal modo vedeva giungere il mercoledì, il venerdì ed il sabato con grandissimo piacere, perchè avea la speranza d’aumentare la mia provvisione di penne, e i miei lavori filosofici, ve lo confesso, sono la mia più cara occupazione. Pensando all’ideale, dimentico il presente, e camminando libero nella filosofia, dimentico di esser prigioniero.
— Ma l’inchiostro? disse Dantès, con che lo facevate?
— Nella mia segreta vi era altra volta un caminetto, poco prima del mio arrivo in prigione fu murato, e per molti anni vi devono aver fatto fuoco tutto l’inverno, è dunque tutto tappezzato di fuligine. Io faccio sciogliere questa fuligine in una porzione di quel vino che ci danno la domenica, e ciò mi somministra dell’eccellente inchiostro per tutta la settimana. Per le note particolari che hanno bisogno di essere distinte e scorte subito, foro le mie dita e scrivo col sangue.
— E quando potrò vedere tutto ciò? domandò Dantès.
— Quando vorrete, rispose Faria. — Oh! subito! subito! gridò il giovinotto. — Seguitemi dunque, disse Faria. Ei s’introdusse nel corridore sotterraneo entro al quale disparve; Dantès lo seguì.
XVII. — LA CAMERA DELLO SCIENZIATO.
Dopo essere passato curvandosi, ma pure con bastante facilità, pel passaggio sotterraneo, Dantès giunse all’estremità opposta del corridore che metteva nella camera di Faria. Là il passaggio si ristringeva, e presentava appena lo spazio sufficiente perchè un uomo potesse strisciarvisi aggrappandosi. La camera del nuovo amico aveva il pavimento formato di pietre quadrate, e sollevando una di queste pietre nell’angolo più oscuro della camera, si vedeva il luogo ove Faria aveva incominciata la sua laboriosa fatica, e di cui Dantès aveva veduto la fine. Rimessa la pietra al suo posto, Faria vi stendeva sopra una vecchia stuoia, e questa cautela bastava per nasconderla agli occhi dei carcerieri. Appena entrato ed in piedi il giovine esaminò questa camera misteriosa colla più grande attenzione. Al primo aspetto questa stanza non presentava niente di particolare. — Bene, disse Faria, non è che mezzo giorno e un quarto, abbiamo ancora qualche ora per noi. — Dantès guardò intorno, cercando a quale orologio Faria aveva potuto legger l’ora in un modo così preciso. — Vedete questo raggio di luce che viene dalla mia finestra? disse Faria, guardate sul muro le linee che vi ho tracciate. Mercè di esse combinate col doppio movimento della terra e l’elittica che questa descrive intorno al sole, io so l’ora più esattamente di quello che se avessi un orologio, poichè un orologio può guastarsi, mentre che la terra ed il sole non si guastan mai.
Dantès non arrivava a comprendere questa spiegazione; vedendo il sole ognora alzarsi dietro le montagne e tuffarsi nel Mediterraneo aveva sempre creduto che fosse quello che camminasse e non la terra. Questo doppio movimento del globo da lui abitato, e di cui non si accorgeva, gli sembrava quasi impossibile; in ciascuna parola del suo interlocutore, vedeva misteri di scienza così ammirabili ad approfondirsi, quanto quelle miniere d’oro e di diamanti che aveva visitate in un viaggio, fatto mentre era ancor fanciullo, a Guzarate e a Golconda.
— Vediamo, disse a Faria, ho smania di esaminare i vostri tesori. — Faria andò verso il caminetto, e collo scalpello che teneva sempre in mano, spostò la pietra che altra volta formava il focolare e che nascondeva una cavità abbastanza profonda; in questa cavità stavano racchiusi tutti gli oggetti di cui aveva parlato a Dantès.