— Essa non è uscita dalle vostre mani? — No.

D’Avrigny prese la bottiglia, versò qualche goccia del contenuto nel cavo della mano, e l’assaporò:

— Bene, diss’egli, andiamo da Valentina, darò le mie istruzioni a tutti, e voi sorveglierete, voi stesso sig. de Villefort, perchè nessuno se ne allontani. — Nel momento in cui d’Avrigny entrava nella camera di Valentina, accompagnato dal sig. de Villefort, un prete italiano, di aspetto severo, con parole placide e risolute prendeva a pigione per suo uso, la casa attigua al palazzo abitato dal sig. de Villefort.

Non si potè sapere in virtù di quale traslocazione i tre inquilini di questa casa sgombrarono due ore dopo; ma la voce che corse generale nel quartiere fu, che la casa non era abbastanza sicura nelle fondamenta, e minacciava di rovinare; cosa però che non impedì al nuovo pigionale di stabilirvisi col suo modesto mobilio, il giorno stesso verso le cinque. Questo fitto fu fatto per tre, sei o nove anni col nuovo locatario, che, secondo l’abitudine stabilita fra i proprietari, pagò sei mesi anticipati; ei si chiamava Giacomo Busoni.

Furono immediatamente chiamati gli operai, e la notte stessa, quei pochi passeggeri che avendo fatto tardi e che passarono per di là, videro con sorpresa i falegnami ed i muratori occupati a puntellare colle loro opere la casa vacillante.

XCIV. — IL PADRE E LA FIGLIA.

Abbiamo veduto nel precedente capitolo, la sig.ª Danglars venire ad annunciare officialmente alla sig.ª de Villefort il vicino matrimonio di madamigella Eugenia Danglars col sig. Andrea Cavalcanti. Questo annunzio officiale, che indicava o sembrava indicare una risoluzione presa da tutte le parti interessate a questo grande affare, era però stato preceduto da una scena di cui dobbiamo render conto ai nostri lettori; li pregheremo dunque di fare un passo indietro, e di trasportarsi la mattina stessa della giornata delle grandi catastrofi, in quel bel salotto così ben dorato che loro abbiamo fatto conoscere, e che formava l’orgoglio del suo proprietario, il barone Danglars. In questo salotto, infatto, verso le dieci del mattino, passeggiava da qualche minuto, pensieroso e visibilmente agitato, il banchiere stesso, guardando a ciascuna porta, e fermandosi a ciascun rumore.

Allora quando la somma della sua pazienza fu esausta, chiamò il cameriere. — Stefano, gli disse, guardate dunque perchè madamigella Eugenia mi ha detto di aspettarla in questo salotto, e sappiatemi dire perchè mi fa aspettare tanto tempo. — Dopo ch’ebbe esalata questa sbuffata d’impazienza, il barone riprese un po’ di calma.

Infatto madamigella Danglars, al suo svegliarsi, aveva fatto chiedere una udienza a suo padre, ed aveva designato il salotto dorato come luogo di questa udienza. La singolarità di tale capriccio, e soprattutto il suo carattere ufficiale, non avevano mediocremente sorpreso il banchiere, che aveva subito obbedito ai desiderii di sua figlia portandosi pel primo nel salotto. Stefano ritornò ben presto dalla sua ambasciata:

— La cameriera di madamigella, diss’egli, mi ha annunziato che madamigella compiva la toletta, e che non avrebbe tardato molto a giungere. — Danglars fece un segno con la testa che indicava ch’egli era soddisfatto. Danglars in faccia alla società, ed in faccia ancora alle sue persone di servizio, affettava la bonomia, ed il padre affettuoso e debole: era un brano della parte che si era imposto nella commedia popolare che rappresentava; era una fisonomia che aveva adottato, e che sembrava convenirgli, come conveniva ai profili delle maschere di padre del teatro antico di avere a destra il labbro rivoltato e ridente, nel mentre che a sinistra avevano il labbro abbassato e petulante.